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martedì 10 settembre 2013

Lucilla....




[..........]
Fu all’età di tredici anni che tutto mutò. 
Quell'estate forse la fata dei bambini ritenne concluso il suo contratto. 
Quel giorno Lucilla iniziò a guardare l'esterno con occhi più grandi. 
Quel giorno vide le sue amiche diverse, con le gambe lisce.
Era sola in quella stanza dove si tenevano appesi i salami. 
Vide un rasoio. Guardò le sue gambe. 
Prese il rasoio e con mano inesperta iniziò a farlo scorrere a secco. Poco dopo vide il sangue scendere verso la caviglia, ma lei non voleva più vedere i peli e continuò nella sua impacciata operazione.
Forse avrebbe dovuto chiedere aiuto ma la vergogna glielo impedì. 
Pensò che la nonna non avrebbe capito. 
In quel momento, con le giovani gambe piene di sangue, capì per la prima volta il significato della parola “sola”. 
Terminò l’operazione. 
Con uno straccio si ripulì al meglio e si avvicinò al lavabo di marmo. Aprì il rubinetto che non conosceva il calore e si lavò le gambe sotto l’acqua fredda.
Prese lo straccio. Uscì nel cortile. Raggiunse l’enorme cantina e lo nascose sotto vecchi ricordi che nessuno avrebbe ricordato mai.
Le sue gambe erano depilate.

[..........]
                     

da Lucilla vive su una nuvola
Cristiana Cesari

lunedì 26 novembre 2012

Il deserto dei tartari

Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza.
Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa, così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull'altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello. Lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte.
Dietro quel fiume - dirà la gente - ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno nè una casa nè un uomo nè un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.

da Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati

AutoreDino Buzzati
1ª ed. originale1940
Genereromanzo
Lingua originaleitaliano
 

domenica 16 settembre 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares 3




Un bel giorno che ignoro mi sono trovato a questo mondo e fino a quel giorno ero vissuto senza accorgermene, evidentemente da quando naqui. Quando ho chiesto dov'ero tutti mi hanno ingannato e tutti si contraddicevano. Quando ho chiesto di indicarmi quello che dovevo fare, tutti mi hanno parlato falsamente e ognuno mi ha detto una cosa diversa. Quando mi sono fermato per strada perchè non sapevo dove andare, tutti si sono stupiti che io non proseguissi verso un dove che nessuno sapeva cosa fosse, o che io non ritornassi indietro: io, che sveglio all'incrocio, non sapevo da dov'ero venuto. Mi sono trovato sul palco senza conoscere la parte che gli altri recitavano senza indugio, anche se non la sapevano a loro volta. Mi sono accorto di essere vestito da paggio, e non mi avevano dato una regina, incolpandomi perchè non l'avevo. Mi sono accorto di tenere fra le mani un messaggio da consegnare, e quando ho detto che il foglio era bianco hanno riso di me. E ancora non so se hanno riso perchè tutti i fogli sono bianchi o perchè tutti i messaggi sono presumibili.
Alla fine mi sono seduto sulla pietra di un crocicchio come al focolare che non ebbi. E ho cominciato, fra me e me, a costruire barche di carta con le bugie che mi erano state date. Nessuno ha voluto credere in me, neppure come a un bugiardo, e non avevo uno specchio d'acqua nel quale provare la mia verità.
Parole oziose, perdute, metafore sciolte che una vaga angoscia incatena alle ombre. Vestigia di ore migliori, vissute non so dove, in viali. Lampada spenta il cui oro brilla nel buio per il ricordo della luce spenta...Parole confidate non al vento ma alla terra, lasciate scivolare dalle dita senza presa, come foglie secche cadute da un albero invisibilmente infinito...Nostalgia delle fontane delle ville altrui...Tenerezza di ciò che non accadde mai...

da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

lunedì 10 settembre 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares (2)

Dio mi ha creato per essere bambino, e mi ha mantenuto sempre bambino. Perchè mai ha permesso che la Vita mi picchiasse e mi rubasse i giocattoli, e mi lasciasse solo durante la ricreazione, a spiegazzare con mani così deboli il mio grembiule azzurro, sporco di lunghe lacrime?
Se non mi era possibile vivere senza carezze, perchè hanno buttato via la mia tenerezza?
Ah, ogni volta che vedo per la strada un bambino che piange, un bambino esiliato dagli altri, mi fa più male della tristezza del bambino nel dolore sprovveduto del mio cuore esausto. Mi addoloro con tutta la statura della vita sentita, e sono mie le mani che stringono la cocca del grembiule, sono mie le bocche storte dalle lacrime vere, è mia la debolezza, è mia la solitudine, e le risate della vita adulta che passa mi consumano come luci di fiammiferi strusciati sulla rugosa stoffa del mio cuore.
Bernardo Soares



da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

domenica 19 agosto 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares

All'improvviso, come se un destino chirurgico mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un'ebrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l'attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perchè ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l'aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perchè ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Si, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all'improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
E' stato un attimo ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sè vuol dire vivere. Sapere poco di sè vuol dire pensare. Sapere di sè, all'improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell'anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
E' stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato.
E, alla fine, ho sonno, perchè, non so perchè, penso che il senso è dormire.
Bernardo Soares

da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale   Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

venerdì 30 marzo 2012

L'ultima riga delle favole

C'era una volta - e c'è ancora - un'anima curiosa che vagava per gli spazi infiniti senza trovare un amore dentro il quale tuffarsi. Stava andando alla deriva negli abissi di un mare di noia quando sentì pulsare qualcosa. Una luce, fatta di musica. E rimase inebetita da tanta bellezza. Disse solo una parola e si tuffò dentro di te.
Allora vi siete dimenticati di tutto e avete incominciato a vivere. Tu e la tua anima.
Per sempre felici e contenti, prometteva l'ultima riga delle favole. Invece siete finiti in una gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore. Non riuscite più a stare insieme e neppure a staccarvi. Vi trascinate senza meta sotto il peso dell'infelicità e nei vostri pensieri il futuro assomiglia a un deserto dove la nostalgia prevale sul sogno e il rimpianto sulla speranza.
Lettrice o lettore, non ti crucciare. Prima o poi - e più prima che poi - sentirai in sogno una voce di flauto.
"Lei è la tua anima, mica un accidente. Se non te ne innamori, non amerai mai niente."
"Innamorarmi della mia anima! E come si fa?"
"Ti do un indizio. Ricomincia dall'inizio..."
                                                                                            Mihael

Il protagonista di questa storia gettò la rivista sul tavolo.
"Che filastrocca insulsa", disse.
E la ritagliò.

dal capitolo 1    L'ACCOGLIENZA
[...]"Immagina. Sì, immagina che la manifestazione della vita nell'universo sia come la radio della tua automobile: un insieme di frequenze. I cinque sensi ti sintonizzano soltanto su una stazione, per cui sei portato a pensare che le altre non esistano e che la tua sia l'unica possibile. Ogni tanto qualcuno sconfina in quelle accanto, ma capta il segnale in maniera disturbata e lo chiamano matto. Però anche la persona più diffidente riesce a mettersi in collegamento con tutte le stazioni, almeno una volta nella vita."
"Succede quando è completamente invasa dall'amore." aggiunse Stella Maris.

dal capitolo 2    LA VISITA MEDICA
[...]Tomàs ricorse alla definizione più intensa che avesse mai letto. Era di Percy Bysshe Shelley.
L'amore, diceva, è la forza potente che ti attrae verso tutto ciò che temi o speri all'infuori di te, quando scopri nei tuoi pensieri l'abisso di un insaziabile vuoto e cerchi di risvegliare in ogni cosa che esiste una consonanza con la tua anima.
Il Direttore apprezzò la citazione, anche se la trovò troppo emotiva per i propri parametri. Le informazioni sul nuovo visitatore si rivelavano esatte. Dietro la maschera del cinismo conservava intatta la capacità di meravigliarsi.
"I poeti arrivano quasi sempre vicino al vero. L'amore è l'energia di cui è composto l'universo, e il cuore umano uno dei canali attraverso i quali si riversa nel mondo. Spesso però il cuore è otturato e per riattivarlo è indispensabile che Cupido lo colpisca con una delle sue frecce.[...]

dal capitolo 3   LA PALESTRA
[...]"Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi.[...]Mai fidarti delle apparenze, Tomàs. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato. Le parole della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma se guardi in alto, troverai la quarta, che si chiama NON ci credere."
"Voglio uscire da qui!"
"Allora fallo. Le pareti del NON sembrano infrangibili, eppure basta che tu decida di oltrepassarle perchè si sbriciolino. Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo."[...]
[...]Provò l'impulso irresistibile di rompere il vetro e scomparire dentro lo stomaco di quella creatura primordiale, che per qualche ragione misteriosa non gli incuteva paura.
Diede una testata e la parete andò in frantumi, mentre la balena bianca scompariva in un gorgo di bollicine.
Si ritrovò disteso sulle mattonelle di una sala in penombra. Nell'angolo più lontano un pesciolino rosso sbatteva la coda contro i bordi di un acquario.
"La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro."

da L'ultima riga delle favole
Massimo Gramellini
romanzo

2010, 258 p
Editore Longanesi (collana La Gaja scienza)

mercoledì 1 febbraio 2012

LA CAVERNA

...il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro.

"Si narra che anticamente ci fu un dio che decise di modellare un uomo con l'argilla della terra che prima aveva creato, e subito dopo, perchè avesse respiro e vita, gli soffiò nelle narici. Alcuni spiriti contumaci e negativi insegnano a denti stretti, quando non osano proclamarlo ai quattro venti, che, dopo quell'atto creativo supremo, il famoso dio non tornò mai più a dedicarsi alle arti della ceramica, una maniera contorta di denunciarlo per avere, semplicemente, smesso di lavorare. La questione, per la trascendenza di cui si riveste, è troppo seria per essere trattata semplicisticamente, richiede ponderazione, molta imparzialità, molto spirito obiettivo. E' un fatto storico che il lavoro di modellatura, a partire da quel memorabile giorno, non è più stato un attributo esclusivo del creatore per passare alla competenza incipiente delle creature, le quali, inutile dirlo, non sono attrezzate di sufficiente soffio ventilatore. Il risultato è che si è demandata al fuoco la responsabilità di tutte le operazioni sussidiarie capaci di dare, tanto per il colore come per la brillantezza, e addirittura per il suono, una ragionevole somiglianza di cosa viva a quanto uscisse dai forni. Sarebbe un giudicare dalle apparenze. Il fuoco fa molto, e questo nessuno lo nega, ma non può fare tutto, ha serie limitazioni, e persino qualche grave difetto, come sarebbe per esempio, l'insaziabile bulimia di cui soffre e che lo porta a divorare e ridurre in cenere tutto quanto si trova davanti. Tornando, però, al tema che ci occupa, alla fornace e al suo funzionamento, sappiamo tutti che la creta umida infilata nel forno è creta crepata in men che non si dica. Una prima e irrevocabile condizione la stabilisce il fuoco, se vogliamo che faccia ciò che da lui ci aspettiamo, ed è che la creta entri nel forno essicata, e ben essicata. Ed è qui che umilmente torniamo al soffio nelle narici, è qui che dovremo riconoscere fino a qual punto eravamo stati ingiusti e imprudenti quando abbiamo delineato e fatta nostra l'empia idea che il tale dio avrebbe voltato le spalle, indifferente, alla sua stessa opera. Si, è vero, dopo di ciò nessuno lo ha più rivisto, ma ci ha lasciato quello che forse era il meglio di se stesso, il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro, quelli che già stanno entrando dolcemente nelle narici delle sei statuine di creta che Cipriano Algor e la figlia hanno appena collocato, con ogni cura, sopra una delle assi a essicare. Uno scrittore, insomma, non solo vasaio, il suddetto dio sa anche scrivere bene su righe torte, non essendo presente per soffiare personalmente, ha fatto fare il lavoro per suo conto, e tutto affinchè la vita ancora fragile di queste terrecotte non debba finire per estinguersi domani nel cieco e brutale abbraccio del fuoco. Parlare di domani, però è solo un modo di dire, perchè se è pure vero che, un soffio solo è stato sufficiente all'inaugurazione perchè l'argilla dell'uomo acquistasse respiro e vita, dovranno essere tanti i soffi necessari perchè dai buffoni, dai pagliacci, dagli assiri con la barba, dai mandarini, dagli eschimesi e dalle infermiere, da questi che sono qui e da quelli che in file serrate si allineeranno su queste tavole, evapori, a poco a poco, l'acqua senza la quale non avrebbero potuto essere ciò che sono, e possano entrare sicuri nel forno per trasformarsi in quello che dovranno essere."
passaggio cruciale di quel sublime libro che è "La caverna" di Josè Saramago  
 
Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino

sabato 3 dicembre 2011

Saggio sulla lucidità

Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell'affannato trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l'auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato. Spero di non essere l'ultimo, disse al segretario che lo aspettava qualche passo indietro, al riparo dalle raffiche che, sospinte dal vento, allagavano il pavimento. Manca ancora il suo supplente, ma siamo in orario, tranquillizzò il segretario, Se continua a piovere così sarà una vera impresa se arriveremo tutti, disse il presidente mentre si trasferivano nella sala dove si sarebbe svolta la votazione. Salutò per primi i colleghi di seggio che avrebbero fatto gli scrutatori, poi i rappresentanti di lista e i loro rispettivi supplenti. Usò l'attenzione di adottare per tutti le stesse parole, non lasciando trasparire nel viso né nel tono della voce alcun indizio che consentisse di cogliere le sue personali tendenze politiche e ideologiche. Un presidente, sia pure di una sezione elettorale tanto normale come questa, dovrà regolarsi in tutte le situazioni secondo il più rigoroso senso di indipendenza, o, in altre parole, mantenere le apparenze.
Oltre all'umidità che rendeva più spessa l'atmosfera, già di per sé pesante in quella sala interna, con due sole finestrelle che davano su un cortile buio anche nei giorni di sole, l'inquietudine, per usare il paragone vernacolo, si tagliava con il coltello. Sarebbe stato preferibile rinviare le elezioni, disse il rappresentante del partito di mezzo, p.d.m., è da ieri che sta piovendo senza sosta, ci sono frane e allagamenti dappertutto, l'astensione, stavolta, avrà un'impennata. Il rappresentante del partito di destra, p.d.d., fece un cenno di assenso col capo, ma considerò che il suo contributo alla conversazione doveva assumere la forma di un commento prudente, Ovviamente, non minimizzo questo rischio, penso tuttavia che l'affinato spirito civico dei nostri concittadini, in tante altre occasioni dimostrato, sia creditore di tutta la nostra fiducia, loro sono consapevoli, oh sì, decisamente consapevoli della trascendente importanza di queste elezioni municipali per il futuro della capitale. Detto ciò, l'uno e l'altro, il rappresentante del p.d.m. e il rappresentante del p.d.d., con aria un po' scettica e un po' ironica, si rivolsero al rappresentante del partito di sinistra, p.d.s., curiosi di sapere che specie di opinione sarebbe stato capace di produrre costui. In quel preciso istante, schizzando acqua dappertutto, fece irruzione nella sala il supplente della presidenza e, come c'era da aspettarsi, visto che l'elenco del seggio della sezione veniva così completato, l'accoglienza fu, più che cordiale, calorosa. Non siamo dunque giunti a conoscere il punto di vista del rappresentante del p. d. s., ma, a giudicare da alcuni precedenti noti, c'è da presumere che non avrebbe mancato di esprimersi sulla linea di un chiaro ottimismo storico, con una frase come questa, per esempio, I votanti del mio partito sono persone che non si intimoriscono per così poco, non è gente da restarsene a casa per quattro misere gocce d'acqua che cadono dalle nuvole. Per la verità, non erano quattro misere gocce, erano secchiate, erano brocche, erano nili, iguazús e iangtsés, ma la fede, sia essa per sempre benedetta, oltre a rimuovere le montagne dal cammino di coloro che del suo potere beneficiano, è fin capace di avventurarsi nelle acque più torrenziali e venirne fuori asciutta.
Si costituì dunque il seggio, ciascuno nel posto che gli competeva, il presidente firmò il bando e ordinò al segretario di andare ad affiggerlo, come determina la legge, alla porta dell'edificio, ma questi, dando prova di una sensatezza elementare, fece notare che il foglio di carta non avrebbe resistito sul muro neanche un minuto, in due amen si sarebbe stinto l'inchiostro, al terzo se lo sarebbe portato via il vento. Allora lo metta dentro, dove la pioggia non ci arrivi, su questo particolare la legge è lacunosa,
l'importante è che il bando sia affisso e bene in vista. Domandò ai colleghi se fossero d'accordo, tutti risposero di sì, con la riserva avanzata dal rappresentante del p.d.d. che la decisione fosse registrata agli atti per prevenire eventuali impugnazioni. Quando il segretario tornò dalla sua umida missione, il presidente domandò com'era il tempo e lui, stringendosi nelle spalle, rispose, Tale e quale, alluvionale, Neanche l'ombra. Il presidente si alzò e invitò i membri del seggio e i rappresentanti dei partiti ad accompagnarlo nell'ispezione della cabina di voto, che risultò scevra da elementi che potessero svisare la purezza delle scelte politiche che vi avrebbero avuto luogo durante il giorno. Compiuta la formalità, tornarono ai propri posti per esaminare i registri elettorali, che pure riscontrarono scevri da irregolarità, lacune e sospetti. Era giunto il momento grave in cui il presidente scoperchia ed esibisce l'urna agli elettori perché possano accertarsi che sia vuota, affinché un domani, se necessario, siano validi testimoni che nessuna azione delittuosa vi avesse introdotto, di soppiatto, i voti falsi che avrebbero corrotto la libera e sovrana volontà politica dei cittadini, che ancora una volta non si sarebbe ripetuta in questa occasione quella famosa frode cui si dà il pittoresco nome di broglio che, non dimentichiamolo, tanto si potrà commettere prima come durante o dopo l'atto, secondo l'occasione e l'efficienza dei suoi autori e complici. L'urna era vuota, pura, immacolata, ma nella sala non c'era un solo elettore, uno soltanto per campione, cui poterla esibire. Forse ce n'è qualcuno che vaga smarrito, alle prese con l'acquazzone, sotto le sferzate del vento, stringendosi al cuore il documento che lo accredita come cittadino in diritto di votare, ma, da come stanno le cose nel cielo, ci metterà un bel pezzo ad arrivare fin qua, a meno che alla fine non se ne torni a casa e lasci i destini della città nelle mani di quelli che un'automobile nera viene a lasciare davanti alla porta e davanti alla porta verrà poi a riprendere, compiuto il dovere civico di chi ne occupava il sedile posteriore.
Terminate le operazioni di ispezione dei vari materiali, detta la legge di questo paese che votino immediatamente il presidente, i membri del seggio e i rappresentanti di lista, nonché i rispettivi supplenti, purché, sia chiaro, siano iscritti nella sezione elettorale del cui seggio fanno parte, come in questo caso.




Titolo originaleEnsaio sobre a Lucidez
AutoreJosé Saramago
1ª ed. originale2004
Genereromanzo
Sottogenereromanzo a sfondo sociale
Ambientazioneuna città senza nome, capitale di un paese senza nome
Protagonistiil commissario
Coprotagonistila moglie del medico, il primo ministro, il presidente della repubblica
Antagonistiil ministro dell'interno
Altri personaggil'ispettore, l'agente di seconda classe, il primo cieco, altri ministri

 

sabato 27 agosto 2011

La caverna

"Autoritarie, paralizzanti, circolari, a volte ellittiche, le frasi a effetto, dette anche scherzosamente briciole d'oro, sono una piaga maligna, tra le peggiori che hanno infestato il mondo. Diciamo ai confusi, Conosci te stesso, come se conoscere se stessi non fosse la quinta e più difficile operazione delle aritmetiche umane, diciamo agli abulici, Volere è potere, come se le realtà bestiali del mondo non si divertissero a invertire tutti i giorni la posizione relativa dei verbi, diciamo agli indecisi, Comincia dal principio, come se quel principio fosse il capo sempre visibile di un filo male arrotolato che bastasse tirare e continuare a tirare per giungere all'altro capo, quello della fine, e poi, fra il primo e il secondo, avessimo fra le mani una linea retta e continua dove non c'era stato bisogno di sciogliere nodi nè districare strozzature, cosa impossibile che accada nella vita dei gomitoli e, se ci è consentita un'altra frase a effetto, nei gomitoli della vita."
da La caverna di José Saramago

Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino

domenica 12 giugno 2011

IL VECCHIO E IL MARE

L'uomo non trionfa mai del tutto, ma anche quando la sconfitta è totale quello che importa è lo sforzo per affrontare il destino e soltanto nella misura di questo sforzo si può raggiungere la vittoria nella sconfitta.
da Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway


Titolo originaleThe Old Man and the Sea
AutoreErnest Hemingway
1ª ed. originale1952
Genereromanzo

venerdì 3 giugno 2011

Cecità

[...]La coscienza morale, che tanti dissennati hanno offeso e molti di più rinnegato, esiste ed è esistita sempre, non è una invenzione dei filosofi del Quaternario, quando l'anima non era ancora che un progetto confuso. Con l'andar del tempo, più le attività di convivenza e gli scambi e gli scambi genetici, abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all'interno, con il risultato che spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.[...]

[...] Se fosse un caso di agnosia, adesso il paziente vedrebbe quello che aveva sempre visto, cioè non gli si sarebbe verificata alcuna diminuzione dell'acutezza visiva, è che il cervello, semplicemente, sarebbe diventato incapace di riconoscere una sedia là dove ci fosse una sedia, in altre parole avrebbe continuato a reagire correttamente agli stimoli luminosi trasmessi dal nervo ottico, ma per usare termini comuni, alla portata di gente poco informata, avrebbe perso la capacità di sapere che sapeva, e tanto più, di esprimerlo.[...]

[...] siamo talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non saper più chi siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a cosa ci sarebbero serviti i nomi, nessun cane ne riconosce un altro, o si fa riconoscere, dal nome che gli hanno imposto, è dall'odore che identifica o si fa identificare, noi, qui, siamo come un'altra razza di cani, ci conosciamo dal modo di abbaiare, di parlare, il resto, lineamenti, colore degli occhi, della pelle, dei capelli, non conta, è come se non esistesse, io vedo ancora, ma fino a quando.[...] da Cecità di José Saramago



Titolo originaleEnsaio sobre a Cegueira
AutoreJosé Saramago
1ª ed. originale1995
Genereromanzo
Sottogenereromanzo a sfondo sociale, romanzo ciclico
Ambientazioneuna città senza nome
Protagonistila moglie del medico
CoprotagonistiIl medico, il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera sull'occhio e il ragazzino strabico

giovedì 5 maggio 2011

La coscienza di Zeno

"La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande chiarezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente a pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuorché dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che pisco-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli proba di parassiti e malattie." dal libro La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Prima edizione originale: 1923
Genere: romanzo
Ambientazione: fine'800 inizi'900
Protagonisti: Zeno Cosini