venerdì 19 ottobre 2012

Anima e iPad (E se l'automa fosse lo specchio dell'anima?)

Che cosa c'entra l'anima con l'iPad? In apparenza niente.
La prima è quella fitta di rimorso che ci avvisa che siamo vivi e coscienti, il secondo è l'assoluto tecnologico del momento. Tuttavia, questa strana coppia ha una affinità profonda, perchè la tecnica non è aberrazione, ma rivelazione e, come in un corteo, porta alla ribalta una multiforme di cose antichissime.
Quali? Anzitutto la scrittura. Tanto l'anima quanto l'iPad hanno memoria da vendere e sono dei blocchi su cui si legge, si scrive e si archivia. Si, perchè non solo il "pad" di iPad ci ricorda il blocco di carta gialla e rigata reso familiare dai legal thriller, ma la più antica immagine dell'anima, da Platone a Freud, è stata quella della tavoletta di cera, gialla anche lei, la tabula su cui si scrive e si cancella. Questa scrittura, dentro e fuori della mente, è l'origine della coscienza e del mondo sociale.
Perchè la scrittura è insieme la base della realtà sociale (è impossibile pensare a una società senza una qualche forma di memoria, dal rito al computer passando per l'archivio e il portafogli) e la base della nostra coscienza e del nostro pensiero, il cui spettro peggiore è proprio l'Alzheimer, la perdita della memoria vissuta come perdita del pensiero. Ecco perchè la grande svolta tecnologica che ha caratterizzato gli ultimi trent'anni ha riguardato proprio la scrittura, e il suo emblema è oggi l'iPad.
Anima e iPad sono dunque gemelli. E l'iPad, che quando è spento, con il suo schermo lucido, può servire come specchio per pettinarsi o rifarsi il trucco, quando è acceso, con la sua memoria attivata, diviene letteralmente lo specchio dell'anima.

Prefazione da Anima e iPad
Maurizio Ferraris
Ugo Guanda Editore 2011

giovedì 11 ottobre 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares 4

[...] Se questa vita, oltre a se stessa, ci offre qualcosa per cui possiamo ringraziare gli Dei, questa cosa è il dono di ignorarci: di ignorare di noi stessi e di ignorarci a vicenda. L'anima umana è un abisso oscuro e vischioso, un pozzo fuori uso alla superficie del mondo. Nessuno amerebbe se stesso se si conoscesse davvero; e pertanto non esistendo la vanità, che è la linfa della vita spirituale, la nostra anima morirebbe di anemia. Nessuno conosce un altro, ed è meglio che non lo conosca, e se lo conoscesse conoscerebbe in lui, anche se gli fosse madre, moglie o figlio, il suo profondo metafisico nemico.
Ci intendiamo perchè ci ignoriamo. Che ne sarebbe di tanti coniugi felici se potessero leggersi nell'animo, se potessero comprendersi, come sostengono i romantici che ignorano il pericolo (anche se un pericolo futile) di quello che dicono. Tutte le persone sposate sono mal sposate, poichè ognuno conserva con se stesso, nei nascondigli dove l'anima appartiene al Diavolo, l'immagine impalpabile dell'uomo desiderato che non è il suo coniuge, la figura volubile della donna sublime che non è la sua sposa. I più felici ignorano in loro stessi queste disposizioni frustrate; i meno felici non le ignorano, ma non le conoscono, e soltanto qualche slancio insignificante, qualche asprezza nel tatto, evoca nella superficie casuale dei gesti e delle parole, il Demonio occulto, l'Eva antica, il Cavaliere e la Silfide.
La vita che si vive è un malinteso fluido, una allegra media fra la grandezza che non c'è e la felicità che non può esserci. Siamo contenti perchè, perfino nel pensare e nel sentire, siamo capaci di non credere all'esistenza dell'anima. Nel ballo mascherato che viviamo ci basta il gradimento del vestito che nel ballo è tutto. Siamo servi delle luci e dei colori, giriamo nella danza come nella verità e non c'è per noi (se non quando balliamo) conoscenza del grande freddo alto della notte esterna, del corpo mortale sotto gli stracci che gli sopravvivono, di tutto quanto, da soli, crediamo essere essenzialmente noi stessi e che invece non è altro che la parodia intima della verità di ciò che crediamo sia.
Tutto quanto facciamo o diciamo, tutto quanto pensiamo o sentiamo, porta la stessa maschera e lo stesso dominò. Per quanto ci spogliamo di ciò che abbiamo indossato, non raggiungiamo mai la nudità, perchè la nudità è un fenomeno dell'anima, e non un togliersi il vestito. Così, vestiti di corpo e di anima, con i nostri multipli indumenti attaccati a noi come le penne degli uccelli, viviamo felici o infelici, oppure senza sapere neanche ciò che siamo, il breve spazio che ci danno gli dèi per i divertimenti, come bambini con gli occhi adulti che giocano seriamente a giochi sacri.
Qualcuno di noi, libero o maledetto, vede all'improvviso - ma anche lui rare volte - che tutto quanto siamo è ciò che non siamo, che ci sbagliamo su quanto è certo e non abbiamo ragione su quanto ritenimo giusto. E costui, che in un breve momento vede l'universo spogliato, parla una filosofia o canta una religione; e coloro che credono in quella filosofia cominciano ad adoperarla come veste che non vedono; e coloro che credono nella religione cominciano a indossarla come maschera di cui si dimenticano.
E sempre, disconoscendo noi stessi e gli altri, e proprio per questo intendendoci allegramente, passiamo nelle volute del ballo o nelle chiaccherate dell'ozio umano, futili, seri, al suono della grande orchestra degli astri, sotto gli occhi sdegnosi ed estranei degli organizzatori dello spettacolo.
Solo loro sanno che noi siamo prede dell'illusione che hanno creato per noi. Ma quale sia la ragione di questa illusione, e perchè esista proprio questa, o qualsiasi illusione, o perchè loro, anch'essi illusi, ci abbiano dato l'illusione che ci hanno dato - questo sicuramente loro stessi non lo sanno. [...]

da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

domenica 16 settembre 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares 3




Un bel giorno che ignoro mi sono trovato a questo mondo e fino a quel giorno ero vissuto senza accorgermene, evidentemente da quando naqui. Quando ho chiesto dov'ero tutti mi hanno ingannato e tutti si contraddicevano. Quando ho chiesto di indicarmi quello che dovevo fare, tutti mi hanno parlato falsamente e ognuno mi ha detto una cosa diversa. Quando mi sono fermato per strada perchè non sapevo dove andare, tutti si sono stupiti che io non proseguissi verso un dove che nessuno sapeva cosa fosse, o che io non ritornassi indietro: io, che sveglio all'incrocio, non sapevo da dov'ero venuto. Mi sono trovato sul palco senza conoscere la parte che gli altri recitavano senza indugio, anche se non la sapevano a loro volta. Mi sono accorto di essere vestito da paggio, e non mi avevano dato una regina, incolpandomi perchè non l'avevo. Mi sono accorto di tenere fra le mani un messaggio da consegnare, e quando ho detto che il foglio era bianco hanno riso di me. E ancora non so se hanno riso perchè tutti i fogli sono bianchi o perchè tutti i messaggi sono presumibili.
Alla fine mi sono seduto sulla pietra di un crocicchio come al focolare che non ebbi. E ho cominciato, fra me e me, a costruire barche di carta con le bugie che mi erano state date. Nessuno ha voluto credere in me, neppure come a un bugiardo, e non avevo uno specchio d'acqua nel quale provare la mia verità.
Parole oziose, perdute, metafore sciolte che una vaga angoscia incatena alle ombre. Vestigia di ore migliori, vissute non so dove, in viali. Lampada spenta il cui oro brilla nel buio per il ricordo della luce spenta...Parole confidate non al vento ma alla terra, lasciate scivolare dalle dita senza presa, come foglie secche cadute da un albero invisibilmente infinito...Nostalgia delle fontane delle ville altrui...Tenerezza di ciò che non accadde mai...

da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

lunedì 10 settembre 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares (2)

Dio mi ha creato per essere bambino, e mi ha mantenuto sempre bambino. Perchè mai ha permesso che la Vita mi picchiasse e mi rubasse i giocattoli, e mi lasciasse solo durante la ricreazione, a spiegazzare con mani così deboli il mio grembiule azzurro, sporco di lunghe lacrime?
Se non mi era possibile vivere senza carezze, perchè hanno buttato via la mia tenerezza?
Ah, ogni volta che vedo per la strada un bambino che piange, un bambino esiliato dagli altri, mi fa più male della tristezza del bambino nel dolore sprovveduto del mio cuore esausto. Mi addoloro con tutta la statura della vita sentita, e sono mie le mani che stringono la cocca del grembiule, sono mie le bocche storte dalle lacrime vere, è mia la debolezza, è mia la solitudine, e le risate della vita adulta che passa mi consumano come luci di fiammiferi strusciati sulla rugosa stoffa del mio cuore.
Bernardo Soares



da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

domenica 19 agosto 2012

Livro do desassosego por Bernardo Soares

All'improvviso, come se un destino chirurgico mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un'ebrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l'attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perchè ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l'aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perchè ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Si, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all'improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
E' stato un attimo ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sè vuol dire vivere. Sapere poco di sè vuol dire pensare. Sapere di sè, all'improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell'anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
E' stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato.
E, alla fine, ho sonno, perchè, non so perchè, penso che il senso è dormire.
Bernardo Soares

da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale   Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi

venerdì 30 marzo 2012

L'ultima riga delle favole

C'era una volta - e c'è ancora - un'anima curiosa che vagava per gli spazi infiniti senza trovare un amore dentro il quale tuffarsi. Stava andando alla deriva negli abissi di un mare di noia quando sentì pulsare qualcosa. Una luce, fatta di musica. E rimase inebetita da tanta bellezza. Disse solo una parola e si tuffò dentro di te.
Allora vi siete dimenticati di tutto e avete incominciato a vivere. Tu e la tua anima.
Per sempre felici e contenti, prometteva l'ultima riga delle favole. Invece siete finiti in una gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore. Non riuscite più a stare insieme e neppure a staccarvi. Vi trascinate senza meta sotto il peso dell'infelicità e nei vostri pensieri il futuro assomiglia a un deserto dove la nostalgia prevale sul sogno e il rimpianto sulla speranza.
Lettrice o lettore, non ti crucciare. Prima o poi - e più prima che poi - sentirai in sogno una voce di flauto.
"Lei è la tua anima, mica un accidente. Se non te ne innamori, non amerai mai niente."
"Innamorarmi della mia anima! E come si fa?"
"Ti do un indizio. Ricomincia dall'inizio..."
                                                                                            Mihael

Il protagonista di questa storia gettò la rivista sul tavolo.
"Che filastrocca insulsa", disse.
E la ritagliò.

dal capitolo 1    L'ACCOGLIENZA
[...]"Immagina. Sì, immagina che la manifestazione della vita nell'universo sia come la radio della tua automobile: un insieme di frequenze. I cinque sensi ti sintonizzano soltanto su una stazione, per cui sei portato a pensare che le altre non esistano e che la tua sia l'unica possibile. Ogni tanto qualcuno sconfina in quelle accanto, ma capta il segnale in maniera disturbata e lo chiamano matto. Però anche la persona più diffidente riesce a mettersi in collegamento con tutte le stazioni, almeno una volta nella vita."
"Succede quando è completamente invasa dall'amore." aggiunse Stella Maris.

dal capitolo 2    LA VISITA MEDICA
[...]Tomàs ricorse alla definizione più intensa che avesse mai letto. Era di Percy Bysshe Shelley.
L'amore, diceva, è la forza potente che ti attrae verso tutto ciò che temi o speri all'infuori di te, quando scopri nei tuoi pensieri l'abisso di un insaziabile vuoto e cerchi di risvegliare in ogni cosa che esiste una consonanza con la tua anima.
Il Direttore apprezzò la citazione, anche se la trovò troppo emotiva per i propri parametri. Le informazioni sul nuovo visitatore si rivelavano esatte. Dietro la maschera del cinismo conservava intatta la capacità di meravigliarsi.
"I poeti arrivano quasi sempre vicino al vero. L'amore è l'energia di cui è composto l'universo, e il cuore umano uno dei canali attraverso i quali si riversa nel mondo. Spesso però il cuore è otturato e per riattivarlo è indispensabile che Cupido lo colpisca con una delle sue frecce.[...]

dal capitolo 3   LA PALESTRA
[...]"Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi.[...]Mai fidarti delle apparenze, Tomàs. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato. Le parole della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma se guardi in alto, troverai la quarta, che si chiama NON ci credere."
"Voglio uscire da qui!"
"Allora fallo. Le pareti del NON sembrano infrangibili, eppure basta che tu decida di oltrepassarle perchè si sbriciolino. Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo."[...]
[...]Provò l'impulso irresistibile di rompere il vetro e scomparire dentro lo stomaco di quella creatura primordiale, che per qualche ragione misteriosa non gli incuteva paura.
Diede una testata e la parete andò in frantumi, mentre la balena bianca scompariva in un gorgo di bollicine.
Si ritrovò disteso sulle mattonelle di una sala in penombra. Nell'angolo più lontano un pesciolino rosso sbatteva la coda contro i bordi di un acquario.
"La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro."

da L'ultima riga delle favole
Massimo Gramellini
romanzo

2010, 258 p
Editore Longanesi (collana La Gaja scienza)

mercoledì 29 febbraio 2012

La vita sospesa

Immagini il lettore di essere posto, in virtù e per opera di quelle droghe che la chimica quotidianamente sforna, in stato di vita sospesa, ossia, di morte rinviata. Sarebbe vivo, ma immobile. Tutte le funzioni del corpo ridotte a zero, ogni bisogno abolito. Nè fame, nè sete, nè freddo, nè caldo. Nulla.
Per tutto il tempo di durata della droga, sarebbe come se al lettore fosse stata concessa l'eternità. Finchè non sarà restituito alla vita, è un essere eterno. Sembra un paradosso, ma non lo è. Le droghe hanno di questi effetti, anche quando non vanno oltre i domestici e benigni (o maligni) vizi che sono l'alcol, il tabacco, il gioco, a cui aggiungo un ecc.., dove possono entrare tutte le sue predilezioni inconfessate.
Abbiamo dunque il lettore in stato di vita sospesa. Lo hanno dotato di ogni conforto, il che, del resto, gli è indifferente perchè non avvertirà nè crampi nè nausee. Iniettandogli la droga, lo hanno liberato da un'infinità di piccoli e grandi problemi che gli rendevano la vita un inferno. Lo hanno ritirato dal mondo, pur lasciandovelo. Nessuno lo piange, perchè è vivo. Non c'è nulla che lo affligga. Nulla. Eccetto il pensiero.
Qui la chimica ha fallito. Il lettore continua a pensare.
All'inizio può succedergli, se è ottimista, di trovare piacevole quel che gli è capitato. Gli sembrerà perfino una gran fortuna. Non ha inquietudini e gli è stato concesso il privilegio di assaporare la consapevolezza di non averne. Dal fondo del suo silenzio sorride beato (o pensa di sorridere) e si dispone a godersi la situazione. E se il lettore è intelligente (ogni lettore è, per definizione, intelligente), scopre di avere un'eccellente opportunità di raggiungere, attraverso il puro pensiero, chissà quali altezze o illuminazioni. Si dice anche che il digiuno risvegli il cervello e gli metta le ali - sempre che, naturalmente, non si prolunghi fin dove le ali ( che sono macchine per volare) ormai non reggono più il volo.
Perchè questo è il punto. A un certo momento ( più presto o più tardi, dipende dalla debolezza o dall'intensità del legame alla sua vita anteriore) il lettore scopre che gli duole il pensiero. Ha risolto tutto, sa tutto, conosce le finalità ultime, ha in testa la spiegazione di ogni dubbio, le risposte a ogni domanda. Dovrebbe aver raggiunto la pace. Ma il pensiero gli duole. E l'angoscia, di cui credeva essersi liberato per sempre, si installa nel suo corpo tranquillo, sereno, intatto. D'improvviso, il pensiero vuole avere mani e piedi, vuole amare e odiare, vuole soffrire e far soffrire (unicamente perchè non è possibile vivere senza far soffrire), vuole recuperare il corpo e le sue miserie, vuole i piaceri fugaci, i lunghi dolori, prima insopportabili e ora desiderati, vuole uscire insomma dalla vita sospesa, e forse eterna, e sacrificare un giorno ogni ventiquattro ore, pur sapendo ciò che perde in ciascun minuto di quel giorno.
Se è nelle mani del lettore (o nella forza del suo pensiero) obbligare la mano che gli ha rinviato la morte, sappiamo già entrambi che il suo corpo immobile, e in superficie tranquillizzato, preferisce che con il ritorno alla vita gli portino la morte, anche se prossima. Perchè, fin quando che il corpo sarà vivo e vigile, in convulsione, ardendo come una torcia che bruci alle due estremità, neppure la certezza della morte riuscirà a ridurre o a offuscare la più piccola gioia che vivamente fiorisca dal suo gesto.
Lo immagini il lettore. Non può, non è vero? Ha provato la vita, ci ha preso gusto, e ora vuol veder nascere il sole tutti i giorni. Mi dia la sua mano lettore. Si sieda qui, accanto a me, e ascolti la storia semplice del cuore degli uomini.
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago