lunedì 10 febbraio 2014

Le cose che contano

Sto contando le cose che contano.
Le ho appoggiate tutte sul letto,
trasformate in parole su fogli volanti.
A gambe incrociate mi siedo a guardarle.
Le prendo, 
una ad una.
La leggo. La vedo. Ripenso e ricordo.
Accartoccio,
e tento un canestro.
Riconto.
Riguardo.
Rileggo.
Non posso.
Non riesco a contare le cose che contano.
Non stanno mai ferme. Neppure se scritte su un foglio volante.
Mi gira la testa.
Si muovono,
partono,
cantano e danzano,
parlano, 
gridano,
ridono e piangono,
amano, soffrono,
giocano e tornano.
Vivono.
Muoiono.
Non posso contare le cose che contano.

Cristiana Cesari

venerdì 3 gennaio 2014

Meteo




Oggi è stato un giorno speciale
non ho visto nuvole
non ho visto sole.
Ho sentito poche interferenze,
nessuna perturbazione.
Ero un microclima.
Il risveglio è stato nebbioso,
uscire dalla cintura termica difficoltoso,
la colazione cremosa.
Il viaggio metereologicamente stabile,
il travaglio sereno,
il ritorno anabatico.
Potevo sperare in un arcobaleno,
ma il timore di burrasca non mi ha concesso la calma di vento.
Nel tardo pomeriggio è arrivata la pioviggine,
ed ho temuto un rovescio,
ma i piccoli nipoti di Scirocco hanno scaldato la mia atmosfera.
Ora l'occhio scende come un catabatico,
spegne la luna,
e cerca la quiete.

Cristiana Cesari




giovedì 2 gennaio 2014

Posologia

Dosaggio:

Dieci grammi di scoperte con conseguente stupore.
Otto grammi di ansia da prestazione.
Cinque di dolore.
Cinque di gioia pura.

Trenta grammi di allegria.
Quindici di adrenalina.
Una bustina di Aulin.

Ventotto di pura fatica fisica.
Diciannove di serenità.
Quattordici di rabbia ben indirizzata.
Sette grammi di malinconia.
Una birra media.

Un grammo di nostalgia.
Tre di tristezza.
Venti grammi di desiderio.
Dieci di voglia pura.
Dieci di puro godimento.
Un cucchiaino di Betotal. O un VOV.

Undici grammi di paura.
Dodici di pura mortificazione.
Undici pure di coraggio.
Ferrograd.

Cinque grammi di noia.
Cinque di morte apparente.
Cinque di quel male dentro al cuore
che pensi "ora muoio".
Una sigaretta.

Nove grammi di entusiasmo.
Nove di "sto toccando il cielo con un dito".
Nove di "sono sottoterra".

Perfetto!
Va tutto bene.
Siamo vivi.

Cristiana Cesari

Pulizie di primavera



Sto mettendo via un bel po' di sogni.
Alcuni nel cofanetto delle occasioni perdute.
Altri nel cassetto dei ricordi.
I più infantili li porterò a scuola.
Le utopie dentro le scarpe.
A quelli chiacchieroni taglierò la lingua e quelli muti li lascerò morire soli,
per punirli della loro codardia.
I sogni antichi li metterò in un vaso e li ricoprirò di terra.
Quelli moderni rimarranno intrappolati nel televisore.
I sogni sciocchi li ho già calpestati.
I più ostinati li nasconderò dietro gli occhiali.

Cristiana Cesari



martedì 10 settembre 2013

Lucilla....




[..........]
Fu all’età di tredici anni che tutto mutò. 
Quell'estate forse la fata dei bambini ritenne concluso il suo contratto. 
Quel giorno Lucilla iniziò a guardare l'esterno con occhi più grandi. 
Quel giorno vide le sue amiche diverse, con le gambe lisce.
Era sola in quella stanza dove si tenevano appesi i salami. 
Vide un rasoio. Guardò le sue gambe. 
Prese il rasoio e con mano inesperta iniziò a farlo scorrere a secco. Poco dopo vide il sangue scendere verso la caviglia, ma lei non voleva più vedere i peli e continuò nella sua impacciata operazione.
Forse avrebbe dovuto chiedere aiuto ma la vergogna glielo impedì. 
Pensò che la nonna non avrebbe capito. 
In quel momento, con le giovani gambe piene di sangue, capì per la prima volta il significato della parola “sola”. 
Terminò l’operazione. 
Con uno straccio si ripulì al meglio e si avvicinò al lavabo di marmo. Aprì il rubinetto che non conosceva il calore e si lavò le gambe sotto l’acqua fredda.
Prese lo straccio. Uscì nel cortile. Raggiunse l’enorme cantina e lo nascose sotto vecchi ricordi che nessuno avrebbe ricordato mai.
Le sue gambe erano depilate.

[..........]
                     

da Lucilla vive su una nuvola
Cristiana Cesari

domenica 26 maggio 2013

Il violinista pazzo


Non fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.

Egli apparve all' improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all' improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.

La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.

In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.

Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.

La sposa felice capì
d' essere malmaritata,
L' appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,

la fanciulla e il ragazzo furono felici

d' aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.

In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell' anima gemella,
quella parte che ci completa,

l' ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.

Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.

Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell' ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda -
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere -
la melodia del violinista pazzo.


Fernando Pessoa

mercoledì 6 marzo 2013

Sotto una piccola stella

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

 
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/esie/poesie-d-autore/poesia-107307?f=a:924>          Wislawa Szymborska