martedì 10 settembre 2013

Lucilla....




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Fu all’età di tredici anni che tutto mutò. 
Quell'estate forse la fata dei bambini ritenne concluso il suo contratto. 
Quel giorno Lucilla iniziò a guardare l'esterno con occhi più grandi. 
Quel giorno vide le sue amiche diverse, con le gambe lisce.
Era sola in quella stanza dove si tenevano appesi i salami. 
Vide un rasoio. Guardò le sue gambe. 
Prese il rasoio e con mano inesperta iniziò a farlo scorrere a secco. Poco dopo vide il sangue scendere verso la caviglia, ma lei non voleva più vedere i peli e continuò nella sua impacciata operazione.
Forse avrebbe dovuto chiedere aiuto ma la vergogna glielo impedì. 
Pensò che la nonna non avrebbe capito. 
In quel momento, con le giovani gambe piene di sangue, capì per la prima volta il significato della parola “sola”. 
Terminò l’operazione. 
Con uno straccio si ripulì al meglio e si avvicinò al lavabo di marmo. Aprì il rubinetto che non conosceva il calore e si lavò le gambe sotto l’acqua fredda.
Prese lo straccio. Uscì nel cortile. Raggiunse l’enorme cantina e lo nascose sotto vecchi ricordi che nessuno avrebbe ricordato mai.
Le sue gambe erano depilate.

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da Lucilla vive su una nuvola
Cristiana Cesari

domenica 26 maggio 2013

Il violinista pazzo


Non fluì dalla strada del nord
né dalla via del sud
la sua musica selvaggia per la prima volta
nel villaggio quel giorno.

Egli apparve all' improvviso nel sentiero,
tutti uscirono ad ascoltarlo,
all' improvviso se ne andò, e invano
sperarono di rivederlo.

La sua strana musica infuse
in ogni cuore un desiderio di libertà.
Non era una melodia,
e neppure una non melodia.

In un luogo molto lontano,
in un luogo assai remoto,
costretti a vivere, essi
sentirono una risposta a questo suono.

Risposta a quel desiderio
che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene
alla ricerca dimenticata.

La sposa felice capì
d' essere malmaritata,
L' appassionato e contento amante
si stancò di amare ancora,

la fanciulla e il ragazzo furono felici

d' aver solo sognato,
i cuori solitari che erano tristi
si sentirono meno soli in qualche luogo.

In ogni anima sbocciava il fiore
che al tatto lascia polvere senza terra,
la prima ora dell' anima gemella,
quella parte che ci completa,

l' ombra che viene a benedire
dalle inespresse profondità lambite
la luminosa inquietudine
migliore del riposo.

Così come venne andò via.
Lo sentirono come un mezzo-essere.
Poi, dolcemente, si confuse
con il silenzio e il ricordo.

Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,
morì la loro estatica speranza,
e poco dopo dimenticarono
che era passato.

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,
poiché la vita non è voluta,
ritorna nell' ora dei sogni,
col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda -
risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere -
la melodia del violinista pazzo.


Fernando Pessoa

mercoledì 6 marzo 2013

Sotto una piccola stella

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

 
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/esie/poesie-d-autore/poesia-107307?f=a:924>          Wislawa Szymborska

Disattenzione



Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno
senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo
dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso
per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché
e da dove è saltato fuori uno così
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto
d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

di Wislawa Szymborska

Contributo alla statistica

 
Su cento persone:
 
che ne sanno sempre più degli altri
- cinquantadue;
 
insicuri a ogni passo
- quasi tutti gli altri;
 
pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
- ben quarantanove;
 
buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
- quattro, be’, forse cinque;
 
propensi ad ammirare senza invidia
- diciotto;
 
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
- settantasette;
 
dotati per la felicità,
- al massimo non più di venti;
 
innocui singolarmente, che imbarbariscono nella folla
- di sicuro più della metà;
 
crudeli,
se costretti dalle circostanze
- è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
 
quelli col senno di poi
- non molti di più
di quelli col senno di prima;
 
che dalla vita prendono solo cose
- quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
 
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
- ottantatré
prima o poi;
 
degni di compassione
- novantanove;
 
mortali
- cento su cento.
Numero al momento invariato.
 
Wislawa Szymborska
da Discorso all'ufficio oggetti smarriti

venerdì 1 marzo 2013

L'amico che dorme


                                              Pablo Picasso   Uomo che dorme


L'amico che dorme

Che diremo stanotte all'amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce. Guarderemo l'amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell'antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrirà come un'anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.

Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell'ansia dell'alba,
che verrà d'improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L'inutile luce
svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso.


Cesare Pavese

sabato 9 febbraio 2013

A te ritorno

A te ritorno, mare, al gusto forte
del sale che mi porta in bocca il vento,
al tuo chiarore, a questa sorte
che mi fu data di scordar la morte
pure sapendo che la vita è un niente.
A te ritorno, mare, corpo disteso,
al tuo poter di pace e di tormenta,
al clamor di dio incatenato,
di terra femminile circondato,
schiavo della tua stessa libertà.
A te ritorno, mare, come chi sa
da questa tua lezione trar profitto.
E prima che la vita mi finisca,
con tutta l’acqua che la terra accoglie
in volontà mutata, armato il petto.
 
José Saramago