C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E’ tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
E’ lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo di più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un po’ lo invidio
per fortuna mi passa.
Wislawa Szymborska
sabato 9 febbraio 2013
Nulla è in regalo tutto è in prestito
Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
L'inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.
La protesta contro di esso
la chiamano anima.
E questa è l'unica voce
che manca nell'inventario.
Wislawa Szymborska
Lode della cattiva considerazione di se
Lode della cattiva considerazione di se
La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.
Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano vivono come vivono e ne sono contenti.
Non c'è nulla di più animale della coscienza pulita, sul terzo pianeta del sole.
Wislawa Szymborska
martedì 8 gennaio 2013
Saggi sulla lingua
"Tutta la vita esiste in virtù di un equilibrio - quello tra forze atomiche centripete e centrifughe all'interno della cosiddetta materia inorganica; quello tra integrazione e disintegrazione, o anabolismo e catabolismo, nella materia organica o viva. Così, una società che, in quanto composta da enti vivi pensanti, è un ente vivo mentale, una specie di organismo psichico, deve obbedire alla stessa legge della vita, e ugualmente esiste in virtù dell'equilibrio fra le due forze - una che tende a conservarla, ma che se non bene equilibrata la porterebbe alla stagnazione; un'altra che, se ugualmente non lo fosse, la porterebbe alla distruzione e alla dissoluzione.
Non è difficile comprendere che forze siano queste.
La contemplazione della politica, in ogni tempo o paese, ce le rivela: alcune volte le mostra in maniera più chiara, altre meno, ma sono sempre lì, fondamentali, se le sappiamo cercare.
La prima, la forza integratrice, è la tradizione - cioè l'attaccamento al passato, alla consuetudine, all'uso. La seconda, la forza disgregante, la chiameremo dunque, per contrasto, l'anti-tradizione - ovvero l'ansia di novità, l'istinto della moda e del cambiamento. Non la chiameremo progresso, poichè non ha un significato preciso, significa cose differenti per persone differenti; in secondo luogo perchè quello sviluppo nelle scienze e nelle arti, e i suoi risultati nell'applicazione pratica, che possiamo chiamare progresso, risultano nella scienza, esclusivamente dall'opera degli eminenti, e non della nazione o della società intera e, come conseguenza sociale, non dalla semplice anti-tradizione, ma come risultato finale dell'equilibrio tra questa e la tradizione.
Se la tradizione predomina sull'anti-tradizione, la società tenderà alla stagnazione, all'abbruttimento; se l'anti-tradizione predomina, la società tenderà all'anarchia. In entrambi i casi il progresso, la cultura e la civiltà, si corrompono e si indeboliscono. Entrambe le forze sono necessarie, però ognuna, considerata a sè, è nociva, come è nocivo il suo predominio sull'altra, lo squilibrio fra le due."
da Saggi sulla lingua
Fernando Pessoa
Non è difficile comprendere che forze siano queste.
La contemplazione della politica, in ogni tempo o paese, ce le rivela: alcune volte le mostra in maniera più chiara, altre meno, ma sono sempre lì, fondamentali, se le sappiamo cercare.
La prima, la forza integratrice, è la tradizione - cioè l'attaccamento al passato, alla consuetudine, all'uso. La seconda, la forza disgregante, la chiameremo dunque, per contrasto, l'anti-tradizione - ovvero l'ansia di novità, l'istinto della moda e del cambiamento. Non la chiameremo progresso, poichè non ha un significato preciso, significa cose differenti per persone differenti; in secondo luogo perchè quello sviluppo nelle scienze e nelle arti, e i suoi risultati nell'applicazione pratica, che possiamo chiamare progresso, risultano nella scienza, esclusivamente dall'opera degli eminenti, e non della nazione o della società intera e, come conseguenza sociale, non dalla semplice anti-tradizione, ma come risultato finale dell'equilibrio tra questa e la tradizione.
Se la tradizione predomina sull'anti-tradizione, la società tenderà alla stagnazione, all'abbruttimento; se l'anti-tradizione predomina, la società tenderà all'anarchia. In entrambi i casi il progresso, la cultura e la civiltà, si corrompono e si indeboliscono. Entrambe le forze sono necessarie, però ognuna, considerata a sè, è nociva, come è nocivo il suo predominio sull'altra, lo squilibrio fra le due."
da Saggi sulla lingua
Fernando Pessoa
venerdì 14 dicembre 2012
Ascoltate!
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange.
Gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
"Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì!?"
Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
Vladimir Majakovskij
dal libro "Poesie. Testo russo a fronte" di Vladimir Majakovskij
lunedì 26 novembre 2012
Il deserto dei tartari
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza.
Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa, così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull'altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello. Lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte.
Dietro quel fiume - dirà la gente - ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno nè una casa nè un uomo nè un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.
da Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati
Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa, così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull'altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello. Lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte.
Dietro quel fiume - dirà la gente - ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno nè una casa nè un uomo nè un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.
da Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati
| Autore | Dino Buzzati |
|---|---|
| 1ª ed. originale | 1940 |
| Genere | romanzo |
| Lingua originale | italiano |
lunedì 12 novembre 2012
Delle tre metamorfosi
Tre metamorfosi dello spirito vi dico: come lo spirito diventa cammello e il cammello leone e infine il leone fanciullo.
Ci sono molte cose difficili per lo spirito, per lo spirito forte e paziente che abbia in sè amore e reverenza: al difficile e al difficile del difficile aspira la sua forza.
Che cos'è il difficile? chiede lo spirito paziente, s'inginocchia come il cammello, e vuole un carico pesante.
Che cos'è il difficile del difficile, voi eroi? chiede lo spirito paziente, che io possa prenderlo su di me e mi rallegri della mia forza.
Non è questo: umiliarsi, per far male al proprio orgoglio? Far brillare la propria stoltezza, per schernire la propria saggezza?
Oppure è questo: separarci dalla nostra causa quando essa celebra la sua vittoria?
Oppure è questo: nutrirsi di ghiande ed erbe della conoscenza ed essere affamati nell'anima per amore della verità?
Oppure è questo: essere ammalato e rimandare i consolatori e stringere amicizia con le colombe che non odono ciò che tu vuoi?
Oppure è questo: entrare nell'acqua sporca, se è l'acqua della verità, e non respingere da sè rane fredde e rospi caldi?
Oppure è questo: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano la mano allo spettro quando esso vuole farci paura?
Tutte queste cose difficili tra le difficili prende lo spirito paziente su di sè: come il cammello che, caricato, si avvia nel suo deserto.
Ma nel deserto più solitario ha luogo la seconda trasformazione: lo spirito diventa qui un leone, vuole impadronirsi della libertà ed essere padrone del proprio deserto.
Qui esso cerca il suo ultimo padrone: vuole diventargli nemico e nemico del suo ultimo dio, la vittoria vuole contendere al grande drago.
Qual'è il grande drago che lo spirito non vuole più chiamare signore e dio? "Tu devi" si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice "io voglio".
"Tu devi" è coricato sul suo cammino, scintillante d'oro. Una fiera con le squame, e su ogni squama splende dorato "Tu devi".
Valori millenari splendono su queste squame e così parla il più potente di tutti i draghi: Ogni valore delle cose risplende su di me.Tutti i valori furono già creati e ogni valore creato - sono io. In verità, non deve esistere più nessun "io voglio". Così parla il drago.
Fratelli, che bisogno c'è del leone nello spirito? Non basta l'animale da carico, che rinuncia ed è timorato?
Creare nuovi valori; nemmeno il leone ne è capace. Ma crearsi libertà per nuove creazioni, di questo è capace la forza del leone.
Crearsi la libertà,crearsi un sacro no anche di fronte al dovere: per questo fratelli c'è bisogno del leone.
Prendersi il diritto a nuovi valori è il prendere più terribile che vi sia per uno spirito paziente e timorato. In verità è per lui un predare e un atto da animale da preda.
Come la cosa più santa egli amava un tempo il "tu devi": ora è costretto a scorgere illusione e arbitrio anche nella cosa più santa, per poter predare libertà a prezzo del suo amore: per questa rapina c'è bisogno del leone.
Ma dite fratelli, che cosa può il fanciullo, che non potè nemmeno il leone? Perchè il leone predatore deve ancora diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e dimenticanza, un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su se stessa, un primo moto, un santo dire di sì.
Sì, al gioco della creazione, fratelli, occorre un santo dire di sì: lo spirito vuole la propria volontà, chi è perduto al mondo conquista il proprio mondo.
Tre metamorfosi dello spirito vi dissi: come lo spirito diventa cammello e il cammello leone e per ultimo il leone fanciullo.
Così parlò Zarathustra
Ci sono molte cose difficili per lo spirito, per lo spirito forte e paziente che abbia in sè amore e reverenza: al difficile e al difficile del difficile aspira la sua forza.
Che cos'è il difficile? chiede lo spirito paziente, s'inginocchia come il cammello, e vuole un carico pesante.
Che cos'è il difficile del difficile, voi eroi? chiede lo spirito paziente, che io possa prenderlo su di me e mi rallegri della mia forza.
Non è questo: umiliarsi, per far male al proprio orgoglio? Far brillare la propria stoltezza, per schernire la propria saggezza?
Oppure è questo: separarci dalla nostra causa quando essa celebra la sua vittoria?
Oppure è questo: nutrirsi di ghiande ed erbe della conoscenza ed essere affamati nell'anima per amore della verità?
Oppure è questo: essere ammalato e rimandare i consolatori e stringere amicizia con le colombe che non odono ciò che tu vuoi?
Oppure è questo: entrare nell'acqua sporca, se è l'acqua della verità, e non respingere da sè rane fredde e rospi caldi?
Oppure è questo: amare quelli che ci disprezzano e porgere la mano la mano allo spettro quando esso vuole farci paura?
Tutte queste cose difficili tra le difficili prende lo spirito paziente su di sè: come il cammello che, caricato, si avvia nel suo deserto.
Ma nel deserto più solitario ha luogo la seconda trasformazione: lo spirito diventa qui un leone, vuole impadronirsi della libertà ed essere padrone del proprio deserto.
Qui esso cerca il suo ultimo padrone: vuole diventargli nemico e nemico del suo ultimo dio, la vittoria vuole contendere al grande drago.
Qual'è il grande drago che lo spirito non vuole più chiamare signore e dio? "Tu devi" si chiama il grande drago. Ma lo spirito del leone dice "io voglio".
"Tu devi" è coricato sul suo cammino, scintillante d'oro. Una fiera con le squame, e su ogni squama splende dorato "Tu devi".
Valori millenari splendono su queste squame e così parla il più potente di tutti i draghi: Ogni valore delle cose risplende su di me.Tutti i valori furono già creati e ogni valore creato - sono io. In verità, non deve esistere più nessun "io voglio". Così parla il drago.
Fratelli, che bisogno c'è del leone nello spirito? Non basta l'animale da carico, che rinuncia ed è timorato?
Creare nuovi valori; nemmeno il leone ne è capace. Ma crearsi libertà per nuove creazioni, di questo è capace la forza del leone.
Crearsi la libertà,crearsi un sacro no anche di fronte al dovere: per questo fratelli c'è bisogno del leone.
Prendersi il diritto a nuovi valori è il prendere più terribile che vi sia per uno spirito paziente e timorato. In verità è per lui un predare e un atto da animale da preda.
Come la cosa più santa egli amava un tempo il "tu devi": ora è costretto a scorgere illusione e arbitrio anche nella cosa più santa, per poter predare libertà a prezzo del suo amore: per questa rapina c'è bisogno del leone.
Ma dite fratelli, che cosa può il fanciullo, che non potè nemmeno il leone? Perchè il leone predatore deve ancora diventare un fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e dimenticanza, un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su se stessa, un primo moto, un santo dire di sì.
Sì, al gioco della creazione, fratelli, occorre un santo dire di sì: lo spirito vuole la propria volontà, chi è perduto al mondo conquista il proprio mondo.
Tre metamorfosi dello spirito vi dissi: come lo spirito diventa cammello e il cammello leone e per ultimo il leone fanciullo.
Così parlò Zarathustra
| Autore | Friedrich Nietzsche |
|---|---|
| 1ª ed. originale | 1883, 1885 |
| Genere | saggio |
| Sottogenere | filosofico |
| Lingua originale | tedesco |
| Protagonisti | Zarathustra |
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