All'improvviso, come se un destino chirurgico mi avesse operato per una cecità antica ottenendo un grande successo immediato, alzo la testa dalla mia vita anonima verso la chiara conoscenza del come esisto. E vedo che tutto quanto ho fatto, tutto quanto ho pensato, tutto quanto sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi stupisco di quello che non sono riuscito a vedere. Mi sorprendo di quanto sono stato accorgendomi che in fin dei conti non sono.
Guardo, come in una distesa al sole che rompe le nuvole, la mia vita passata; e mi accorgo, con uno stupore metafisico, di come tutti i miei gesti più sicuri, le mie idee più chiare e i miei propositi più logici non siano stati altro che un'ebrezza congenita, una pazzia naturale, una grande ignoranza. Non ho neppure recitato. Sono stato recitato. Non sono stato l'attore, ma i suoi gesti.
Tutto quanto ho fatto, ho pensato e sono stato, è una somma di subordinazioni, sia a un ente falso che ho creduto mio perchè ho agito partendo da lui, sia di un peso di circostanze che ho scambiato per l'aria che respiravo. In questo momento del vedere, sono un solitario immediato che si riconosce esiliato nel luogo in cui si è sempre creduto cittadino. Nel più intimo di ciò che ho pensato non sono stato io.
Mi sopravviene allora un terrore sarcastico della vita, uno sconforto che va oltre i limiti della mia individualità cosciente. So che sono stato errore e traviamento, che non ho mai vissuto, che sono esistito soltanto perchè ho riempito tempo con coscienza e pensiero. E la mia sensazione di me è quella di chi si sveglia dopo un sonno pieno di sogni reali, o quella di chi è liberato, grazie a un terremoto, dalla poca luce del carcere a cui si era abituato.
Mi pesa, mi pesa veramente, come una condanna a conoscere, questa nozione improvvisa della mia vera individualità, di quella che ha sempre viaggiato in modo sonnolento fra ciò che sente e ciò che vede.
E' così difficile descrivere ciò che si sente quando si sente che si esiste veramente, e che l'anima è un'entità reale, che non so quali sono le parole umane con cui si possa definirlo. Non so se ho la febbre, come sento, se ho smesso di avere la febbre di essere dormitore della vita. Si, lo ripeto, sono come un viaggiatore che all'improvviso si trovi in una città estranea senza sapere come vi è arrivato; e mi vengono in mente i casi di coloro che perdono la memoria, e sono altri per molto tempo. Sono stato un altro per molto tempo (dalla nascita e dalla coscienza), e mi sveglio ora in mezzo al ponte, affacciato sul fiume, sapendo che esisto più stabilmente di colui che sono stato finora. Ma la città mi è sconosciuta, le strade nuove e la malattia senza rimedio. Aspetto dunque affacciato al ponte, che passi la verità, e che io mi ristabilisca nullo e fittizio, intelligente e naturale.
E' stato un attimo ed è già passato. Vedo ormai i mobili che mi circondano, il disegno della vecchia carta alle pareti, il sole attraverso i vetri polverosi. Ho visto la verità per un attimo, coscientemente, ciò che i grandi uomini sono verso la vita. Ricordo i loro atti e le loro parole, e non so se non sono stati anche loro tentati vittoriosamente dal Demone della Realtà. Non sapere di sè vuol dire vivere. Sapere poco di sè vuol dire pensare. Sapere di sè, all'improvviso, come in questo momento lustrale, vuol dire avere subitamente la nozione della monade intima, della parola magica dell'anima. Ma una luce improvvisa brucia tutto, consuma tutto. Ci lascia nudi perfino di noi stessi.
E' stato solo un attimo e mi sono visto. Poi, non so più dire ciò che sono stato.
E, alla fine, ho sonno, perchè, non so perchè, penso che il senso è dormire.
Bernardo Soares
da Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa
Titolo originale Livro do desassosego por Bernardo Soares
traduzione dal portoghese di Maria Josè de Lancastre e Antonio Tabucchi
domenica 19 agosto 2012
venerdì 30 marzo 2012
L'ultima riga delle favole
C'era una volta - e c'è ancora - un'anima curiosa che vagava per gli spazi infiniti senza trovare un amore dentro il quale tuffarsi. Stava andando alla deriva negli abissi di un mare di noia quando sentì pulsare qualcosa. Una luce, fatta di musica. E rimase inebetita da tanta bellezza. Disse solo una parola e si tuffò dentro di te.
Allora vi siete dimenticati di tutto e avete incominciato a vivere. Tu e la tua anima.
Per sempre felici e contenti, prometteva l'ultima riga delle favole. Invece siete finiti in una gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore. Non riuscite più a stare insieme e neppure a staccarvi. Vi trascinate senza meta sotto il peso dell'infelicità e nei vostri pensieri il futuro assomiglia a un deserto dove la nostalgia prevale sul sogno e il rimpianto sulla speranza.
Lettrice o lettore, non ti crucciare. Prima o poi - e più prima che poi - sentirai in sogno una voce di flauto.
"Lei è la tua anima, mica un accidente. Se non te ne innamori, non amerai mai niente."
"Innamorarmi della mia anima! E come si fa?"
"Ti do un indizio. Ricomincia dall'inizio..."
Mihael
Il protagonista di questa storia gettò la rivista sul tavolo.
"Che filastrocca insulsa", disse.
E la ritagliò.
dal capitolo 1 L'ACCOGLIENZA
[...]"Immagina. Sì, immagina che la manifestazione della vita nell'universo sia come la radio della tua automobile: un insieme di frequenze. I cinque sensi ti sintonizzano soltanto su una stazione, per cui sei portato a pensare che le altre non esistano e che la tua sia l'unica possibile. Ogni tanto qualcuno sconfina in quelle accanto, ma capta il segnale in maniera disturbata e lo chiamano matto. Però anche la persona più diffidente riesce a mettersi in collegamento con tutte le stazioni, almeno una volta nella vita."
"Succede quando è completamente invasa dall'amore." aggiunse Stella Maris.
dal capitolo 2 LA VISITA MEDICA
[...]Tomàs ricorse alla definizione più intensa che avesse mai letto. Era di Percy Bysshe Shelley.
L'amore, diceva, è la forza potente che ti attrae verso tutto ciò che temi o speri all'infuori di te, quando scopri nei tuoi pensieri l'abisso di un insaziabile vuoto e cerchi di risvegliare in ogni cosa che esiste una consonanza con la tua anima.
Il Direttore apprezzò la citazione, anche se la trovò troppo emotiva per i propri parametri. Le informazioni sul nuovo visitatore si rivelavano esatte. Dietro la maschera del cinismo conservava intatta la capacità di meravigliarsi.
"I poeti arrivano quasi sempre vicino al vero. L'amore è l'energia di cui è composto l'universo, e il cuore umano uno dei canali attraverso i quali si riversa nel mondo. Spesso però il cuore è otturato e per riattivarlo è indispensabile che Cupido lo colpisca con una delle sue frecce.[...]
dal capitolo 3 LA PALESTRA
[...]"Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi.[...]Mai fidarti delle apparenze, Tomàs. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato. Le parole della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma se guardi in alto, troverai la quarta, che si chiama NON ci credere."
"Voglio uscire da qui!"
"Allora fallo. Le pareti del NON sembrano infrangibili, eppure basta che tu decida di oltrepassarle perchè si sbriciolino. Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo."[...]
[...]Provò l'impulso irresistibile di rompere il vetro e scomparire dentro lo stomaco di quella creatura primordiale, che per qualche ragione misteriosa non gli incuteva paura.
Diede una testata e la parete andò in frantumi, mentre la balena bianca scompariva in un gorgo di bollicine.
Si ritrovò disteso sulle mattonelle di una sala in penombra. Nell'angolo più lontano un pesciolino rosso sbatteva la coda contro i bordi di un acquario.
"La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro."
da L'ultima riga delle favole
Massimo Gramellini
romanzo
Allora vi siete dimenticati di tutto e avete incominciato a vivere. Tu e la tua anima.
Per sempre felici e contenti, prometteva l'ultima riga delle favole. Invece siete finiti in una gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore. Non riuscite più a stare insieme e neppure a staccarvi. Vi trascinate senza meta sotto il peso dell'infelicità e nei vostri pensieri il futuro assomiglia a un deserto dove la nostalgia prevale sul sogno e il rimpianto sulla speranza.
Lettrice o lettore, non ti crucciare. Prima o poi - e più prima che poi - sentirai in sogno una voce di flauto.
"Lei è la tua anima, mica un accidente. Se non te ne innamori, non amerai mai niente."
"Innamorarmi della mia anima! E come si fa?"
"Ti do un indizio. Ricomincia dall'inizio..."
Mihael
Il protagonista di questa storia gettò la rivista sul tavolo.
"Che filastrocca insulsa", disse.
E la ritagliò.
dal capitolo 1 L'ACCOGLIENZA
[...]"Immagina. Sì, immagina che la manifestazione della vita nell'universo sia come la radio della tua automobile: un insieme di frequenze. I cinque sensi ti sintonizzano soltanto su una stazione, per cui sei portato a pensare che le altre non esistano e che la tua sia l'unica possibile. Ogni tanto qualcuno sconfina in quelle accanto, ma capta il segnale in maniera disturbata e lo chiamano matto. Però anche la persona più diffidente riesce a mettersi in collegamento con tutte le stazioni, almeno una volta nella vita."
"Succede quando è completamente invasa dall'amore." aggiunse Stella Maris.
dal capitolo 2 LA VISITA MEDICA
[...]Tomàs ricorse alla definizione più intensa che avesse mai letto. Era di Percy Bysshe Shelley.
L'amore, diceva, è la forza potente che ti attrae verso tutto ciò che temi o speri all'infuori di te, quando scopri nei tuoi pensieri l'abisso di un insaziabile vuoto e cerchi di risvegliare in ogni cosa che esiste una consonanza con la tua anima.
Il Direttore apprezzò la citazione, anche se la trovò troppo emotiva per i propri parametri. Le informazioni sul nuovo visitatore si rivelavano esatte. Dietro la maschera del cinismo conservava intatta la capacità di meravigliarsi.
"I poeti arrivano quasi sempre vicino al vero. L'amore è l'energia di cui è composto l'universo, e il cuore umano uno dei canali attraverso i quali si riversa nel mondo. Spesso però il cuore è otturato e per riattivarlo è indispensabile che Cupido lo colpisca con una delle sue frecce.[...]
dal capitolo 3 LA PALESTRA
[...]"Tu vivi chiuso in una scatola trasparente, costruita dalle tue paure. Rompila e scoprirai di essere molto più di ciò che credi.[...]Mai fidarti delle apparenze, Tomàs. Il mondo che si trova al di là del vetro potrebbe arrivarti deformato. Le parole della scatola le ha partorite la tua mente e il loro nome comincia sempre per NON. NON posso. NON ce la farò mai. NON dipende da me, la più estesa di tutte. Ma se guardi in alto, troverai la quarta, che si chiama NON ci credere."
"Voglio uscire da qui!"
"Allora fallo. Le pareti del NON sembrano infrangibili, eppure basta che tu decida di oltrepassarle perchè si sbriciolino. Non hai altri limiti di quelli che ti sei posto da solo."[...]
[...]Provò l'impulso irresistibile di rompere il vetro e scomparire dentro lo stomaco di quella creatura primordiale, che per qualche ragione misteriosa non gli incuteva paura.
Diede una testata e la parete andò in frantumi, mentre la balena bianca scompariva in un gorgo di bollicine.
Si ritrovò disteso sulle mattonelle di una sala in penombra. Nell'angolo più lontano un pesciolino rosso sbatteva la coda contro i bordi di un acquario.
"La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare a esserlo dentro."
da L'ultima riga delle favole
Massimo Gramellini
romanzo
| 2010, 258 p | |
| Editore | Longanesi (collana La Gaja scienza) |
mercoledì 29 febbraio 2012
La vita sospesa
Immagini il lettore di essere posto, in virtù e per opera di quelle droghe che la chimica quotidianamente sforna, in stato di vita sospesa, ossia, di morte rinviata. Sarebbe vivo, ma immobile. Tutte le funzioni del corpo ridotte a zero, ogni bisogno abolito. Nè fame, nè sete, nè freddo, nè caldo. Nulla.
Per tutto il tempo di durata della droga, sarebbe come se al lettore fosse stata concessa l'eternità. Finchè non sarà restituito alla vita, è un essere eterno. Sembra un paradosso, ma non lo è. Le droghe hanno di questi effetti, anche quando non vanno oltre i domestici e benigni (o maligni) vizi che sono l'alcol, il tabacco, il gioco, a cui aggiungo un ecc.., dove possono entrare tutte le sue predilezioni inconfessate.
Abbiamo dunque il lettore in stato di vita sospesa. Lo hanno dotato di ogni conforto, il che, del resto, gli è indifferente perchè non avvertirà nè crampi nè nausee. Iniettandogli la droga, lo hanno liberato da un'infinità di piccoli e grandi problemi che gli rendevano la vita un inferno. Lo hanno ritirato dal mondo, pur lasciandovelo. Nessuno lo piange, perchè è vivo. Non c'è nulla che lo affligga. Nulla. Eccetto il pensiero.
Qui la chimica ha fallito. Il lettore continua a pensare.
All'inizio può succedergli, se è ottimista, di trovare piacevole quel che gli è capitato. Gli sembrerà perfino una gran fortuna. Non ha inquietudini e gli è stato concesso il privilegio di assaporare la consapevolezza di non averne. Dal fondo del suo silenzio sorride beato (o pensa di sorridere) e si dispone a godersi la situazione. E se il lettore è intelligente (ogni lettore è, per definizione, intelligente), scopre di avere un'eccellente opportunità di raggiungere, attraverso il puro pensiero, chissà quali altezze o illuminazioni. Si dice anche che il digiuno risvegli il cervello e gli metta le ali - sempre che, naturalmente, non si prolunghi fin dove le ali ( che sono macchine per volare) ormai non reggono più il volo.
Perchè questo è il punto. A un certo momento ( più presto o più tardi, dipende dalla debolezza o dall'intensità del legame alla sua vita anteriore) il lettore scopre che gli duole il pensiero. Ha risolto tutto, sa tutto, conosce le finalità ultime, ha in testa la spiegazione di ogni dubbio, le risposte a ogni domanda. Dovrebbe aver raggiunto la pace. Ma il pensiero gli duole. E l'angoscia, di cui credeva essersi liberato per sempre, si installa nel suo corpo tranquillo, sereno, intatto. D'improvviso, il pensiero vuole avere mani e piedi, vuole amare e odiare, vuole soffrire e far soffrire (unicamente perchè non è possibile vivere senza far soffrire), vuole recuperare il corpo e le sue miserie, vuole i piaceri fugaci, i lunghi dolori, prima insopportabili e ora desiderati, vuole uscire insomma dalla vita sospesa, e forse eterna, e sacrificare un giorno ogni ventiquattro ore, pur sapendo ciò che perde in ciascun minuto di quel giorno.
Se è nelle mani del lettore (o nella forza del suo pensiero) obbligare la mano che gli ha rinviato la morte, sappiamo già entrambi che il suo corpo immobile, e in superficie tranquillizzato, preferisce che con il ritorno alla vita gli portino la morte, anche se prossima. Perchè, fin quando che il corpo sarà vivo e vigile, in convulsione, ardendo come una torcia che bruci alle due estremità, neppure la certezza della morte riuscirà a ridurre o a offuscare la più piccola gioia che vivamente fiorisca dal suo gesto.
Lo immagini il lettore. Non può, non è vero? Ha provato la vita, ci ha preso gusto, e ora vuol veder nascere il sole tutti i giorni. Mi dia la sua mano lettore. Si sieda qui, accanto a me, e ascolti la storia semplice del cuore degli uomini.
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago
Per tutto il tempo di durata della droga, sarebbe come se al lettore fosse stata concessa l'eternità. Finchè non sarà restituito alla vita, è un essere eterno. Sembra un paradosso, ma non lo è. Le droghe hanno di questi effetti, anche quando non vanno oltre i domestici e benigni (o maligni) vizi che sono l'alcol, il tabacco, il gioco, a cui aggiungo un ecc.., dove possono entrare tutte le sue predilezioni inconfessate.
Abbiamo dunque il lettore in stato di vita sospesa. Lo hanno dotato di ogni conforto, il che, del resto, gli è indifferente perchè non avvertirà nè crampi nè nausee. Iniettandogli la droga, lo hanno liberato da un'infinità di piccoli e grandi problemi che gli rendevano la vita un inferno. Lo hanno ritirato dal mondo, pur lasciandovelo. Nessuno lo piange, perchè è vivo. Non c'è nulla che lo affligga. Nulla. Eccetto il pensiero.
Qui la chimica ha fallito. Il lettore continua a pensare.
All'inizio può succedergli, se è ottimista, di trovare piacevole quel che gli è capitato. Gli sembrerà perfino una gran fortuna. Non ha inquietudini e gli è stato concesso il privilegio di assaporare la consapevolezza di non averne. Dal fondo del suo silenzio sorride beato (o pensa di sorridere) e si dispone a godersi la situazione. E se il lettore è intelligente (ogni lettore è, per definizione, intelligente), scopre di avere un'eccellente opportunità di raggiungere, attraverso il puro pensiero, chissà quali altezze o illuminazioni. Si dice anche che il digiuno risvegli il cervello e gli metta le ali - sempre che, naturalmente, non si prolunghi fin dove le ali ( che sono macchine per volare) ormai non reggono più il volo.
Perchè questo è il punto. A un certo momento ( più presto o più tardi, dipende dalla debolezza o dall'intensità del legame alla sua vita anteriore) il lettore scopre che gli duole il pensiero. Ha risolto tutto, sa tutto, conosce le finalità ultime, ha in testa la spiegazione di ogni dubbio, le risposte a ogni domanda. Dovrebbe aver raggiunto la pace. Ma il pensiero gli duole. E l'angoscia, di cui credeva essersi liberato per sempre, si installa nel suo corpo tranquillo, sereno, intatto. D'improvviso, il pensiero vuole avere mani e piedi, vuole amare e odiare, vuole soffrire e far soffrire (unicamente perchè non è possibile vivere senza far soffrire), vuole recuperare il corpo e le sue miserie, vuole i piaceri fugaci, i lunghi dolori, prima insopportabili e ora desiderati, vuole uscire insomma dalla vita sospesa, e forse eterna, e sacrificare un giorno ogni ventiquattro ore, pur sapendo ciò che perde in ciascun minuto di quel giorno.
Se è nelle mani del lettore (o nella forza del suo pensiero) obbligare la mano che gli ha rinviato la morte, sappiamo già entrambi che il suo corpo immobile, e in superficie tranquillizzato, preferisce che con il ritorno alla vita gli portino la morte, anche se prossima. Perchè, fin quando che il corpo sarà vivo e vigile, in convulsione, ardendo come una torcia che bruci alle due estremità, neppure la certezza della morte riuscirà a ridurre o a offuscare la più piccola gioia che vivamente fiorisca dal suo gesto.
Lo immagini il lettore. Non può, non è vero? Ha provato la vita, ci ha preso gusto, e ora vuol veder nascere il sole tutti i giorni. Mi dia la sua mano lettore. Si sieda qui, accanto a me, e ascolti la storia semplice del cuore degli uomini.
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago
mercoledì 22 febbraio 2012
Vendono gli dèi quello che danno
La cosa migliore di questa cronaca è il titolo, che del resto, come tutti sanno, non è mio. Appartiene a Fernando Pessoa. Nel caso vi fosse ancora qualcuno che non sa chi è Fernando Pessoa, dirò che quest'uomo fu un poeta che ne sapeva molto di queste faccende di dèi e degli affari che loro fanno. Ne sapeva tanto che dovette inventare, dentro di sè, altri personaggi che lo aiutassero a sopportare il peso e il giogo del sapere. E neppure così potè vivere in pace.
Molto di quel che si scrive non sono altro che glosse del già detto. Sicchè anche questa cronaca è una glossa, scritta in tono minore, di un verso che non ne ha bisogno. Ma le circostanze possono più della volontà, e stavolta non ho volontà sufficiente per resistere all'ossessione di questo verso: "Vendono gli dèi quello che danno". E affinchè la cronaca non sia del tutto gratuita, mi figuro un lettore ingenuo, di quelli che non vanno oltre il senso letterale del testo e che, dunque, non riescono a capire come e perchè si vende una cosa data. Del resto, se mettiamo da parte queste alte cortesie poetiche, perfino in una raccolta di proverbi da quattro soldi troviamo l'equivalente. Dice il popolo (o diceva) che "quando l'elemosina è generosa, il povero diffida".
Solo che qui il popolo e il poeta discordano. Perchè il poeta, alla fine, non diffida, riceve dalle mani degli dèi quel che gli dèi gli danno e se ne va per il mondo come un trionfatore, mostrando a tutti i benevoli doni di cui l'hanno colmato.
Finchè arriva il giorno che ne esigono il pagamento, e siccome in quest'affare non si impegnano soldi, nè gli dèi accettano pagamenti in denaro, il poeta paga con l'anima, l'unica ricchezza che ha e l'unica che gli dèi accettano come moneta adeguata, proprio per questo hanno messo in piedi l'affare. Allora il poeta (non deve esserlo necessariamente: basta che si tratti di un uomo che gli dèi hanno scelto, la cosa riguarda loro) lascia cadere le braccia, scopre l'inganno e mormora: "Vendono gli dèi quello che danno".
Che cosa vendono gli dèi, dando?
Tutto quanto esalta l'uomo, tutto quanto lo innalza. Vendono l'intelligenza acuta, vendono la sensibilità esacerbata, vendono la lucidità implacabile, vendono l'amore appassionato. E tutto ciò, che è di fatto cammino di perfezione (di gloria nel senso più alto del termine), diventa d'improvviso l'inferno in terra. Gli dèi circondano di mura la vittima prescelta e la lasciano sola in quell'arena sacrificale. E' la solitudine, è il più grande spettacolo del mondo. Siedono gli dèi sulle gradinate e se la spassano. Non entrano leoni nel circo - magari entrassero. Non ci sono combattimenti di gladiatori - magari ce ne fossero. Gli dèi sono intenditori e sanno che tali banalità nulla aggiungerebbero al piatto forte del menù: la lotta dell'uomo per conservare la propria anima.
Come finisce lo spettacolo? Sempre allo stesso modo. L'anima è passata di mano in mano, girata e rigirata, gli dèi si sono indicati l'un l'altro le ferite sanguinanti, le vecchie cicatrici. Intanto al centro dell'arena l'uomo è un gomitolo informe. Di nuovo sazi, gli dèi, con un gesto sdegnoso gli restituiscono l'anima ed escono dal circo. Alla ricerca di un'altra vittima.
Laboriosamente, con difficoltà, l'uomo reintegra in sè quel cencio che gli è stato reso. E' ciò che ha di più prezioso. Ora che è nudo, sa di non avere altra ricchezza. Abbatte, come può, il muro con cui l'hanno circondato ed esce in campo aperto. Gli dèi si allontanano, conversando e ridendo. In fondo non hanno colpa: sono fatti così.
L'uomo si raddrizza e cerca di respirare. Fa i primi passi. E come chi si lamenta con se stesso, va dicendo: "Vendono gli dèi quello che danno". Auguriamoci che non lo dimentichi.
Ma sarà uomo se non lo dimenticherà?
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago
Molto di quel che si scrive non sono altro che glosse del già detto. Sicchè anche questa cronaca è una glossa, scritta in tono minore, di un verso che non ne ha bisogno. Ma le circostanze possono più della volontà, e stavolta non ho volontà sufficiente per resistere all'ossessione di questo verso: "Vendono gli dèi quello che danno". E affinchè la cronaca non sia del tutto gratuita, mi figuro un lettore ingenuo, di quelli che non vanno oltre il senso letterale del testo e che, dunque, non riescono a capire come e perchè si vende una cosa data. Del resto, se mettiamo da parte queste alte cortesie poetiche, perfino in una raccolta di proverbi da quattro soldi troviamo l'equivalente. Dice il popolo (o diceva) che "quando l'elemosina è generosa, il povero diffida".
Solo che qui il popolo e il poeta discordano. Perchè il poeta, alla fine, non diffida, riceve dalle mani degli dèi quel che gli dèi gli danno e se ne va per il mondo come un trionfatore, mostrando a tutti i benevoli doni di cui l'hanno colmato.
Finchè arriva il giorno che ne esigono il pagamento, e siccome in quest'affare non si impegnano soldi, nè gli dèi accettano pagamenti in denaro, il poeta paga con l'anima, l'unica ricchezza che ha e l'unica che gli dèi accettano come moneta adeguata, proprio per questo hanno messo in piedi l'affare. Allora il poeta (non deve esserlo necessariamente: basta che si tratti di un uomo che gli dèi hanno scelto, la cosa riguarda loro) lascia cadere le braccia, scopre l'inganno e mormora: "Vendono gli dèi quello che danno".
Che cosa vendono gli dèi, dando?
Tutto quanto esalta l'uomo, tutto quanto lo innalza. Vendono l'intelligenza acuta, vendono la sensibilità esacerbata, vendono la lucidità implacabile, vendono l'amore appassionato. E tutto ciò, che è di fatto cammino di perfezione (di gloria nel senso più alto del termine), diventa d'improvviso l'inferno in terra. Gli dèi circondano di mura la vittima prescelta e la lasciano sola in quell'arena sacrificale. E' la solitudine, è il più grande spettacolo del mondo. Siedono gli dèi sulle gradinate e se la spassano. Non entrano leoni nel circo - magari entrassero. Non ci sono combattimenti di gladiatori - magari ce ne fossero. Gli dèi sono intenditori e sanno che tali banalità nulla aggiungerebbero al piatto forte del menù: la lotta dell'uomo per conservare la propria anima.
Come finisce lo spettacolo? Sempre allo stesso modo. L'anima è passata di mano in mano, girata e rigirata, gli dèi si sono indicati l'un l'altro le ferite sanguinanti, le vecchie cicatrici. Intanto al centro dell'arena l'uomo è un gomitolo informe. Di nuovo sazi, gli dèi, con un gesto sdegnoso gli restituiscono l'anima ed escono dal circo. Alla ricerca di un'altra vittima.
Laboriosamente, con difficoltà, l'uomo reintegra in sè quel cencio che gli è stato reso. E' ciò che ha di più prezioso. Ora che è nudo, sa di non avere altra ricchezza. Abbatte, come può, il muro con cui l'hanno circondato ed esce in campo aperto. Gli dèi si allontanano, conversando e ridendo. In fondo non hanno colpa: sono fatti così.
L'uomo si raddrizza e cerca di respirare. Fa i primi passi. E come chi si lamenta con se stesso, va dicendo: "Vendono gli dèi quello che danno". Auguriamoci che non lo dimentichi.
Ma sarà uomo se non lo dimenticherà?
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago
lunedì 20 febbraio 2012
La bambina e l'altalena
Accompagnarono la bambina all'altalena e la lasciarono sola. Non era uno di quei comuni giochi da giardino, dalla solida armatura di ferro e dalla breve oscillazione pendolare. Aveva due corde altissime che si perdevano nelle nuvole e su di esse si avviluppavano rampicanti fioriti. C'erano sempre fiori che si aprivano e altri che appassivano, sicchè le corde sembravano vivere. Il sedile era una tavola d'oro e poichè era alto vi si saliva per quaranta gradini di spuma. Intorno c'era molto silenzio e un cerchio ininterrotto di uccelli bianchi.
La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando arrivò all'ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si sedette sulla tavola d'oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno: l'orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perchè il tempo, lassù sull'altalena, aveva un'altra dimensione e i secoli duravano minuti. E' un grande mistero inspiegabile.
Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò a oscillare, un po' stordita a causa dell'altezza. Era sospesa tra cielo e terra, appena con una tavola d'oro e due corde che nessuno sapeva dove si agganciassero. Lentamente, l'arco si fece più grande, e la bambina contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno, quando salgono su un'altalena. Ora la vertigine dell'altezza era scomparsa, sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura. Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall'alto, descriveva una lunga curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e azzurra, perchè da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell'andare e venire la tavola d'oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi, erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perchè erano suoi il cielo e la terra, ora l'uno, ora l'altra, e perchè era seduta su un'altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori appassissero e si stancassero: cadevano in spirale come se scendessero una lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più, tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il movimento dell'altalena andò facendosi più breve, finchè le corde divennero due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina tentò ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile.
Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c'era più cielo azzurro, tutto era una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in cerca dei gradini, e non c'erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua tavola d'oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po' triste e stanca.
Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d'improvviso scomparve. La bambina guardò in su. L'altalena era lì, molto più in alto di prima, con la sua tavola d'oro e le corde fiorite. Ma non c'erano scalini.
Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perchè era bambina e aveva nostalgia di un'altra mano nella sua.
da Di questo mondo e degli altri
José Saramago
La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando arrivò all'ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si sedette sulla tavola d'oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno: l'orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perchè il tempo, lassù sull'altalena, aveva un'altra dimensione e i secoli duravano minuti. E' un grande mistero inspiegabile.
Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò a oscillare, un po' stordita a causa dell'altezza. Era sospesa tra cielo e terra, appena con una tavola d'oro e due corde che nessuno sapeva dove si agganciassero. Lentamente, l'arco si fece più grande, e la bambina contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno, quando salgono su un'altalena. Ora la vertigine dell'altezza era scomparsa, sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura. Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall'alto, descriveva una lunga curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e azzurra, perchè da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell'andare e venire la tavola d'oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi, erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perchè erano suoi il cielo e la terra, ora l'uno, ora l'altra, e perchè era seduta su un'altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori appassissero e si stancassero: cadevano in spirale come se scendessero una lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più, tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il movimento dell'altalena andò facendosi più breve, finchè le corde divennero due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina tentò ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile.
Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c'era più cielo azzurro, tutto era una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in cerca dei gradini, e non c'erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua tavola d'oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po' triste e stanca.
Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d'improvviso scomparve. La bambina guardò in su. L'altalena era lì, molto più in alto di prima, con la sua tavola d'oro e le corde fiorite. Ma non c'erano scalini.
Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perchè era bambina e aveva nostalgia di un'altra mano nella sua.
da Di questo mondo e degli altri
José Saramago
mercoledì 1 febbraio 2012
Di questo mondo e degli altri
Le parole
“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane”
Da “Di questo mondo e degli altri” di Josè Saramago
“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane”
Da “Di questo mondo e degli altri” di Josè Saramago
LA CAVERNA
...il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro.
"Si narra che anticamente ci fu un dio che decise di modellare un uomo con l'argilla della terra che prima aveva creato, e subito dopo, perchè avesse respiro e vita, gli soffiò nelle narici. Alcuni spiriti contumaci e negativi insegnano a denti stretti, quando non osano proclamarlo ai quattro venti, che, dopo quell'atto creativo supremo, il famoso dio non tornò mai più a dedicarsi alle arti della ceramica, una maniera contorta di denunciarlo per avere, semplicemente, smesso di lavorare. La questione, per la trascendenza di cui si riveste, è troppo seria per essere trattata semplicisticamente, richiede ponderazione, molta imparzialità, molto spirito obiettivo. E' un fatto storico che il lavoro di modellatura, a partire da quel memorabile giorno, non è più stato un attributo esclusivo del creatore per passare alla competenza incipiente delle creature, le quali, inutile dirlo, non sono attrezzate di sufficiente soffio ventilatore. Il risultato è che si è demandata al fuoco la responsabilità di tutte le operazioni sussidiarie capaci di dare, tanto per il colore come per la brillantezza, e addirittura per il suono, una ragionevole somiglianza di cosa viva a quanto uscisse dai forni. Sarebbe un giudicare dalle apparenze. Il fuoco fa molto, e questo nessuno lo nega, ma non può fare tutto, ha serie limitazioni, e persino qualche grave difetto, come sarebbe per esempio, l'insaziabile bulimia di cui soffre e che lo porta a divorare e ridurre in cenere tutto quanto si trova davanti. Tornando, però, al tema che ci occupa, alla fornace e al suo funzionamento, sappiamo tutti che la creta umida infilata nel forno è creta crepata in men che non si dica. Una prima e irrevocabile condizione la stabilisce il fuoco, se vogliamo che faccia ciò che da lui ci aspettiamo, ed è che la creta entri nel forno essicata, e ben essicata. Ed è qui che umilmente torniamo al soffio nelle narici, è qui che dovremo riconoscere fino a qual punto eravamo stati ingiusti e imprudenti quando abbiamo delineato e fatta nostra l'empia idea che il tale dio avrebbe voltato le spalle, indifferente, alla sua stessa opera. Si, è vero, dopo di ciò nessuno lo ha più rivisto, ma ci ha lasciato quello che forse era il meglio di se stesso, il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro, quelli che già stanno entrando dolcemente nelle narici delle sei statuine di creta che Cipriano Algor e la figlia hanno appena collocato, con ogni cura, sopra una delle assi a essicare. Uno scrittore, insomma, non solo vasaio, il suddetto dio sa anche scrivere bene su righe torte, non essendo presente per soffiare personalmente, ha fatto fare il lavoro per suo conto, e tutto affinchè la vita ancora fragile di queste terrecotte non debba finire per estinguersi domani nel cieco e brutale abbraccio del fuoco. Parlare di domani, però è solo un modo di dire, perchè se è pure vero che, un soffio solo è stato sufficiente all'inaugurazione perchè l'argilla dell'uomo acquistasse respiro e vita, dovranno essere tanti i soffi necessari perchè dai buffoni, dai pagliacci, dagli assiri con la barba, dai mandarini, dagli eschimesi e dalle infermiere, da questi che sono qui e da quelli che in file serrate si allineeranno su queste tavole, evapori, a poco a poco, l'acqua senza la quale non avrebbero potuto essere ciò che sono, e possano entrare sicuri nel forno per trasformarsi in quello che dovranno essere."
passaggio cruciale di quel sublime libro che è "La caverna" di Josè Saramago
"Si narra che anticamente ci fu un dio che decise di modellare un uomo con l'argilla della terra che prima aveva creato, e subito dopo, perchè avesse respiro e vita, gli soffiò nelle narici. Alcuni spiriti contumaci e negativi insegnano a denti stretti, quando non osano proclamarlo ai quattro venti, che, dopo quell'atto creativo supremo, il famoso dio non tornò mai più a dedicarsi alle arti della ceramica, una maniera contorta di denunciarlo per avere, semplicemente, smesso di lavorare. La questione, per la trascendenza di cui si riveste, è troppo seria per essere trattata semplicisticamente, richiede ponderazione, molta imparzialità, molto spirito obiettivo. E' un fatto storico che il lavoro di modellatura, a partire da quel memorabile giorno, non è più stato un attributo esclusivo del creatore per passare alla competenza incipiente delle creature, le quali, inutile dirlo, non sono attrezzate di sufficiente soffio ventilatore. Il risultato è che si è demandata al fuoco la responsabilità di tutte le operazioni sussidiarie capaci di dare, tanto per il colore come per la brillantezza, e addirittura per il suono, una ragionevole somiglianza di cosa viva a quanto uscisse dai forni. Sarebbe un giudicare dalle apparenze. Il fuoco fa molto, e questo nessuno lo nega, ma non può fare tutto, ha serie limitazioni, e persino qualche grave difetto, come sarebbe per esempio, l'insaziabile bulimia di cui soffre e che lo porta a divorare e ridurre in cenere tutto quanto si trova davanti. Tornando, però, al tema che ci occupa, alla fornace e al suo funzionamento, sappiamo tutti che la creta umida infilata nel forno è creta crepata in men che non si dica. Una prima e irrevocabile condizione la stabilisce il fuoco, se vogliamo che faccia ciò che da lui ci aspettiamo, ed è che la creta entri nel forno essicata, e ben essicata. Ed è qui che umilmente torniamo al soffio nelle narici, è qui che dovremo riconoscere fino a qual punto eravamo stati ingiusti e imprudenti quando abbiamo delineato e fatta nostra l'empia idea che il tale dio avrebbe voltato le spalle, indifferente, alla sua stessa opera. Si, è vero, dopo di ciò nessuno lo ha più rivisto, ma ci ha lasciato quello che forse era il meglio di se stesso, il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro, quelli che già stanno entrando dolcemente nelle narici delle sei statuine di creta che Cipriano Algor e la figlia hanno appena collocato, con ogni cura, sopra una delle assi a essicare. Uno scrittore, insomma, non solo vasaio, il suddetto dio sa anche scrivere bene su righe torte, non essendo presente per soffiare personalmente, ha fatto fare il lavoro per suo conto, e tutto affinchè la vita ancora fragile di queste terrecotte non debba finire per estinguersi domani nel cieco e brutale abbraccio del fuoco. Parlare di domani, però è solo un modo di dire, perchè se è pure vero che, un soffio solo è stato sufficiente all'inaugurazione perchè l'argilla dell'uomo acquistasse respiro e vita, dovranno essere tanti i soffi necessari perchè dai buffoni, dai pagliacci, dagli assiri con la barba, dai mandarini, dagli eschimesi e dalle infermiere, da questi che sono qui e da quelli che in file serrate si allineeranno su queste tavole, evapori, a poco a poco, l'acqua senza la quale non avrebbero potuto essere ciò che sono, e possano entrare sicuri nel forno per trasformarsi in quello che dovranno essere."
passaggio cruciale di quel sublime libro che è "La caverna" di Josè Saramago
Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
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