La cosa migliore di questa cronaca è il titolo, che del resto, come tutti sanno, non è mio. Appartiene a Fernando Pessoa. Nel caso vi fosse ancora qualcuno che non sa chi è Fernando Pessoa, dirò che quest'uomo fu un poeta che ne sapeva molto di queste faccende di dèi e degli affari che loro fanno. Ne sapeva tanto che dovette inventare, dentro di sè, altri personaggi che lo aiutassero a sopportare il peso e il giogo del sapere. E neppure così potè vivere in pace.
Molto di quel che si scrive non sono altro che glosse del già detto. Sicchè anche questa cronaca è una glossa, scritta in tono minore, di un verso che non ne ha bisogno. Ma le circostanze possono più della volontà, e stavolta non ho volontà sufficiente per resistere all'ossessione di questo verso: "Vendono gli dèi quello che danno". E affinchè la cronaca non sia del tutto gratuita, mi figuro un lettore ingenuo, di quelli che non vanno oltre il senso letterale del testo e che, dunque, non riescono a capire come e perchè si vende una cosa data. Del resto, se mettiamo da parte queste alte cortesie poetiche, perfino in una raccolta di proverbi da quattro soldi troviamo l'equivalente. Dice il popolo (o diceva) che "quando l'elemosina è generosa, il povero diffida".
Solo che qui il popolo e il poeta discordano. Perchè il poeta, alla fine, non diffida, riceve dalle mani degli dèi quel che gli dèi gli danno e se ne va per il mondo come un trionfatore, mostrando a tutti i benevoli doni di cui l'hanno colmato.
Finchè arriva il giorno che ne esigono il pagamento, e siccome in quest'affare non si impegnano soldi, nè gli dèi accettano pagamenti in denaro, il poeta paga con l'anima, l'unica ricchezza che ha e l'unica che gli dèi accettano come moneta adeguata, proprio per questo hanno messo in piedi l'affare. Allora il poeta (non deve esserlo necessariamente: basta che si tratti di un uomo che gli dèi hanno scelto, la cosa riguarda loro) lascia cadere le braccia, scopre l'inganno e mormora: "Vendono gli dèi quello che danno".
Che cosa vendono gli dèi, dando?
Tutto quanto esalta l'uomo, tutto quanto lo innalza. Vendono l'intelligenza acuta, vendono la sensibilità esacerbata, vendono la lucidità implacabile, vendono l'amore appassionato. E tutto ciò, che è di fatto cammino di perfezione (di gloria nel senso più alto del termine), diventa d'improvviso l'inferno in terra. Gli dèi circondano di mura la vittima prescelta e la lasciano sola in quell'arena sacrificale. E' la solitudine, è il più grande spettacolo del mondo. Siedono gli dèi sulle gradinate e se la spassano. Non entrano leoni nel circo - magari entrassero. Non ci sono combattimenti di gladiatori - magari ce ne fossero. Gli dèi sono intenditori e sanno che tali banalità nulla aggiungerebbero al piatto forte del menù: la lotta dell'uomo per conservare la propria anima.
Come finisce lo spettacolo? Sempre allo stesso modo. L'anima è passata di mano in mano, girata e rigirata, gli dèi si sono indicati l'un l'altro le ferite sanguinanti, le vecchie cicatrici. Intanto al centro dell'arena l'uomo è un gomitolo informe. Di nuovo sazi, gli dèi, con un gesto sdegnoso gli restituiscono l'anima ed escono dal circo. Alla ricerca di un'altra vittima.
Laboriosamente, con difficoltà, l'uomo reintegra in sè quel cencio che gli è stato reso. E' ciò che ha di più prezioso. Ora che è nudo, sa di non avere altra ricchezza. Abbatte, come può, il muro con cui l'hanno circondato ed esce in campo aperto. Gli dèi si allontanano, conversando e ridendo. In fondo non hanno colpa: sono fatti così.
L'uomo si raddrizza e cerca di respirare. Fa i primi passi. E come chi si lamenta con se stesso, va dicendo: "Vendono gli dèi quello che danno". Auguriamoci che non lo dimentichi.
Ma sarà uomo se non lo dimenticherà?
da Di questo mondo e degli altri di José Saramago
mercoledì 22 febbraio 2012
lunedì 20 febbraio 2012
La bambina e l'altalena
Accompagnarono la bambina all'altalena e la lasciarono sola. Non era uno di quei comuni giochi da giardino, dalla solida armatura di ferro e dalla breve oscillazione pendolare. Aveva due corde altissime che si perdevano nelle nuvole e su di esse si avviluppavano rampicanti fioriti. C'erano sempre fiori che si aprivano e altri che appassivano, sicchè le corde sembravano vivere. Il sedile era una tavola d'oro e poichè era alto vi si saliva per quaranta gradini di spuma. Intorno c'era molto silenzio e un cerchio ininterrotto di uccelli bianchi.
La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando arrivò all'ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si sedette sulla tavola d'oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno: l'orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perchè il tempo, lassù sull'altalena, aveva un'altra dimensione e i secoli duravano minuti. E' un grande mistero inspiegabile.
Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò a oscillare, un po' stordita a causa dell'altezza. Era sospesa tra cielo e terra, appena con una tavola d'oro e due corde che nessuno sapeva dove si agganciassero. Lentamente, l'arco si fece più grande, e la bambina contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno, quando salgono su un'altalena. Ora la vertigine dell'altezza era scomparsa, sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura. Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall'alto, descriveva una lunga curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e azzurra, perchè da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell'andare e venire la tavola d'oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi, erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perchè erano suoi il cielo e la terra, ora l'uno, ora l'altra, e perchè era seduta su un'altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori appassissero e si stancassero: cadevano in spirale come se scendessero una lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più, tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il movimento dell'altalena andò facendosi più breve, finchè le corde divennero due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina tentò ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile.
Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c'era più cielo azzurro, tutto era una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in cerca dei gradini, e non c'erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua tavola d'oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po' triste e stanca.
Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d'improvviso scomparve. La bambina guardò in su. L'altalena era lì, molto più in alto di prima, con la sua tavola d'oro e le corde fiorite. Ma non c'erano scalini.
Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perchè era bambina e aveva nostalgia di un'altra mano nella sua.
da Di questo mondo e degli altri
José Saramago
La bambina cominciò a salire la scala, gradino dopo gradino, e quando arrivò all'ultimo e afferrò le corde, vi fu una grande vibrazione musicale. Si sedette sulla tavola d'oro, e nel medesimo istante i gradini scomparvero in grandi fiocchi che un vento spinse lontano, mentre gli uccelli scendevano a terra trasformandosi in parole di commiato. La bambina si guardò attorno: l'orizzonte era, come al solito, circolare, e a distanza si vedevano vaghe città che crescevano lentamente e a volte scomparivano: perchè il tempo, lassù sull'altalena, aveva un'altra dimensione e i secoli duravano minuti. E' un grande mistero inspiegabile.
Le altalene sono fatte per dondolare. Piano piano la bambina cominciò a oscillare, un po' stordita a causa dell'altezza. Era sospesa tra cielo e terra, appena con una tavola d'oro e due corde che nessuno sapeva dove si agganciassero. Lentamente, l'arco si fece più grande, e la bambina contribuiva con quei movimenti che tutti i bambini apprendono, o già sanno, quando salgono su un'altalena. Ora la vertigine dell'altezza era scomparsa, sostituita dalla confusa sensazione di paura e di vittoria che accompagna il corpo proiettato in aria. Quando la bambina era lanciata in alto, vedeva solo il cielo, profondo e azzurro: gridava di allegria e di stupore, anche di paura. Poi, arrivata alla fine della spinta, cadeva dall'alto, descriveva una lunga curva, ed era la terra ad apparire ai suoi occhi, verde e gialla, e nera, e azzurra, perchè da lassù si vedeva molto bene il mare. E in quell'andare e venire la tavola d'oro sfavillava, e i capelli della bambina, sciolti e fulvi, erano come una bandiera o una fiaccola. E la bambina rideva perchè erano suoi il cielo e la terra, ora l'uno, ora l'altra, e perchè era seduta su un'altalena con le corde fiorite, sebbene, come si è detto, alcuni fiori appassissero e si stancassero: cadevano in spirale come se scendessero una lunga scala verso le profondità del suolo. E ogni volta ne cadevano di più, tanto che alla fine le corde restarono nude e lisce. Al tempo stesso, il movimento dell'altalena andò facendosi più breve, finchè le corde divennero due colonne rigide, verticali, definitivamente immobili. La bambina tentò ancora di muoverle, fece tutti i gesti necessari: impossibile.
Una densa nebbia cominciò a salire dal suolo. Dietro di essa, si nascosero le città, e i campi, e il mare. Non c'era più cielo azzurro, tutto era una spessa e umida nuvola attraversata da mormorii e antiche voci. La bambina tremava di freddo. Non aveva paura, solo freddo. Tese i piedi in cerca dei gradini, e non c'erano gradini. Allora si lasciò scivolare dalla sua tavola d'oro e cadde. Cadde lentamente, come nei sogni, un po' triste e stanca.
Quando arrivò a terra, rimase raggomitolata come un animaletto o il guscio di un frutto. La nebbia cominciò piano piano a dissiparsi, rotolando in volute sfrangiate, attraversate da raggi di sole. E d'improvviso scomparve. La bambina guardò in su. L'altalena era lì, molto più in alto di prima, con la sua tavola d'oro e le corde fiorite. Ma non c'erano scalini.
Allora la bambina si sedette e attese. Accanto a lei una rosa si apriva con la pazienza del tempo ritrovato. La bambina accostò il viso al fiore terrestre e così restò, aspettando che venissero a cercarla: perchè era bambina e aveva nostalgia di un'altra mano nella sua.
da Di questo mondo e degli altri
José Saramago
mercoledì 1 febbraio 2012
Di questo mondo e degli altri
Le parole
“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane”
Da “Di questo mondo e degli altri” di Josè Saramago
“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perchè le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde nè domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane”
Da “Di questo mondo e degli altri” di Josè Saramago
LA CAVERNA
...il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro.
"Si narra che anticamente ci fu un dio che decise di modellare un uomo con l'argilla della terra che prima aveva creato, e subito dopo, perchè avesse respiro e vita, gli soffiò nelle narici. Alcuni spiriti contumaci e negativi insegnano a denti stretti, quando non osano proclamarlo ai quattro venti, che, dopo quell'atto creativo supremo, il famoso dio non tornò mai più a dedicarsi alle arti della ceramica, una maniera contorta di denunciarlo per avere, semplicemente, smesso di lavorare. La questione, per la trascendenza di cui si riveste, è troppo seria per essere trattata semplicisticamente, richiede ponderazione, molta imparzialità, molto spirito obiettivo. E' un fatto storico che il lavoro di modellatura, a partire da quel memorabile giorno, non è più stato un attributo esclusivo del creatore per passare alla competenza incipiente delle creature, le quali, inutile dirlo, non sono attrezzate di sufficiente soffio ventilatore. Il risultato è che si è demandata al fuoco la responsabilità di tutte le operazioni sussidiarie capaci di dare, tanto per il colore come per la brillantezza, e addirittura per il suono, una ragionevole somiglianza di cosa viva a quanto uscisse dai forni. Sarebbe un giudicare dalle apparenze. Il fuoco fa molto, e questo nessuno lo nega, ma non può fare tutto, ha serie limitazioni, e persino qualche grave difetto, come sarebbe per esempio, l'insaziabile bulimia di cui soffre e che lo porta a divorare e ridurre in cenere tutto quanto si trova davanti. Tornando, però, al tema che ci occupa, alla fornace e al suo funzionamento, sappiamo tutti che la creta umida infilata nel forno è creta crepata in men che non si dica. Una prima e irrevocabile condizione la stabilisce il fuoco, se vogliamo che faccia ciò che da lui ci aspettiamo, ed è che la creta entri nel forno essicata, e ben essicata. Ed è qui che umilmente torniamo al soffio nelle narici, è qui che dovremo riconoscere fino a qual punto eravamo stati ingiusti e imprudenti quando abbiamo delineato e fatta nostra l'empia idea che il tale dio avrebbe voltato le spalle, indifferente, alla sua stessa opera. Si, è vero, dopo di ciò nessuno lo ha più rivisto, ma ci ha lasciato quello che forse era il meglio di se stesso, il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro, quelli che già stanno entrando dolcemente nelle narici delle sei statuine di creta che Cipriano Algor e la figlia hanno appena collocato, con ogni cura, sopra una delle assi a essicare. Uno scrittore, insomma, non solo vasaio, il suddetto dio sa anche scrivere bene su righe torte, non essendo presente per soffiare personalmente, ha fatto fare il lavoro per suo conto, e tutto affinchè la vita ancora fragile di queste terrecotte non debba finire per estinguersi domani nel cieco e brutale abbraccio del fuoco. Parlare di domani, però è solo un modo di dire, perchè se è pure vero che, un soffio solo è stato sufficiente all'inaugurazione perchè l'argilla dell'uomo acquistasse respiro e vita, dovranno essere tanti i soffi necessari perchè dai buffoni, dai pagliacci, dagli assiri con la barba, dai mandarini, dagli eschimesi e dalle infermiere, da questi che sono qui e da quelli che in file serrate si allineeranno su queste tavole, evapori, a poco a poco, l'acqua senza la quale non avrebbero potuto essere ciò che sono, e possano entrare sicuri nel forno per trasformarsi in quello che dovranno essere."
passaggio cruciale di quel sublime libro che è "La caverna" di Josè Saramago
"Si narra che anticamente ci fu un dio che decise di modellare un uomo con l'argilla della terra che prima aveva creato, e subito dopo, perchè avesse respiro e vita, gli soffiò nelle narici. Alcuni spiriti contumaci e negativi insegnano a denti stretti, quando non osano proclamarlo ai quattro venti, che, dopo quell'atto creativo supremo, il famoso dio non tornò mai più a dedicarsi alle arti della ceramica, una maniera contorta di denunciarlo per avere, semplicemente, smesso di lavorare. La questione, per la trascendenza di cui si riveste, è troppo seria per essere trattata semplicisticamente, richiede ponderazione, molta imparzialità, molto spirito obiettivo. E' un fatto storico che il lavoro di modellatura, a partire da quel memorabile giorno, non è più stato un attributo esclusivo del creatore per passare alla competenza incipiente delle creature, le quali, inutile dirlo, non sono attrezzate di sufficiente soffio ventilatore. Il risultato è che si è demandata al fuoco la responsabilità di tutte le operazioni sussidiarie capaci di dare, tanto per il colore come per la brillantezza, e addirittura per il suono, una ragionevole somiglianza di cosa viva a quanto uscisse dai forni. Sarebbe un giudicare dalle apparenze. Il fuoco fa molto, e questo nessuno lo nega, ma non può fare tutto, ha serie limitazioni, e persino qualche grave difetto, come sarebbe per esempio, l'insaziabile bulimia di cui soffre e che lo porta a divorare e ridurre in cenere tutto quanto si trova davanti. Tornando, però, al tema che ci occupa, alla fornace e al suo funzionamento, sappiamo tutti che la creta umida infilata nel forno è creta crepata in men che non si dica. Una prima e irrevocabile condizione la stabilisce il fuoco, se vogliamo che faccia ciò che da lui ci aspettiamo, ed è che la creta entri nel forno essicata, e ben essicata. Ed è qui che umilmente torniamo al soffio nelle narici, è qui che dovremo riconoscere fino a qual punto eravamo stati ingiusti e imprudenti quando abbiamo delineato e fatta nostra l'empia idea che il tale dio avrebbe voltato le spalle, indifferente, alla sua stessa opera. Si, è vero, dopo di ciò nessuno lo ha più rivisto, ma ci ha lasciato quello che forse era il meglio di se stesso, il soffio, il venticello, l'arietta, la brezza, lo zefiro, quelli che già stanno entrando dolcemente nelle narici delle sei statuine di creta che Cipriano Algor e la figlia hanno appena collocato, con ogni cura, sopra una delle assi a essicare. Uno scrittore, insomma, non solo vasaio, il suddetto dio sa anche scrivere bene su righe torte, non essendo presente per soffiare personalmente, ha fatto fare il lavoro per suo conto, e tutto affinchè la vita ancora fragile di queste terrecotte non debba finire per estinguersi domani nel cieco e brutale abbraccio del fuoco. Parlare di domani, però è solo un modo di dire, perchè se è pure vero che, un soffio solo è stato sufficiente all'inaugurazione perchè l'argilla dell'uomo acquistasse respiro e vita, dovranno essere tanti i soffi necessari perchè dai buffoni, dai pagliacci, dagli assiri con la barba, dai mandarini, dagli eschimesi e dalle infermiere, da questi che sono qui e da quelli che in file serrate si allineeranno su queste tavole, evapori, a poco a poco, l'acqua senza la quale non avrebbero potuto essere ciò che sono, e possano entrare sicuri nel forno per trasformarsi in quello che dovranno essere."
passaggio cruciale di quel sublime libro che è "La caverna" di Josè Saramago
Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
giovedì 12 gennaio 2012
Il banchiere anarchico
[...]"Pensi allora che vuol dire...Un gruppo piccolo, di gente sincera (glielo garantisco era sincera!), formatosi espressamente per lavorare alla causa della libertà, aveva ottenuto, in qualche mese, solo una cosa di concreto e positivo - creare tirannia al proprio interno. E guardi di che specie...Non la tirannia derivante dall'azione delle finzioni sociali, la quale, per infame che fosse, in qualche misura poteva anche venire perdonata, sebbene a noi meno che ad altri, considerato che a quelle finzioni avremmo dovuto opporci, ma, insomma, vivendo in una società che su certe finzioni si reggeva, se non riuscivamo a sottrarci alla loro azione non era del tutto colpa nostra. Il punto però era un altro. I ragazzi che comandavano sui loro compagni o lo portavano dove volevano, non lo facevano in forza del denaro o della posizione sociale, o di un'eventuale autorità fittizia; lo facevano in risposta a un richiamo diverso da quello delle finzioni sociali. Intendo dire che questa tirannia era, relativamente a simili finzioni, una tirannia nuova. Esercitata ai danni di gente già essenzialmente oppressa dalle finzioni sociali. Per di più, era una tirannia esercitata le une sulle altre da persone il cui intento sincero era distruggere la tirannia e creare libertà.
"Immagini adesso un gruppo molto più grande e più influente, che si occupi di questioni importanti e prenda decisioni cruciali. Supponga che gli sforzi di questo gruppo siano tesi, com'era per noi, a creare una società libera. E ora mi dica se attraverso questo carico di tirannie incrociate intrevede una qualsiasi società libera o a un'umanità degna del nome..."[...]
[...]Eccoci di fronte a una tirannia nuova, una tirannia che non deriva dalle finzioni sociali. Ma allora da cosa deriva? Dalle qualità naturali? Se è così addio società libera! Se una società dove operano soltanto le qualità naturali - le qualità con cui un uomo nasce, che deve esclusivamente alla Natura e sulle quali non abbiamo alcun potere - se una società in cui operano solo queste qualità si riduce a un mucchio di tirannie, chi alzerà il mignolo per contribuire al suo avvento? Tirannia per tirannia, resti quella che c'è già, cui perlomeno siamo abituati e che perciò fatalmente avvertiamo meno di quanto avvertiremmo una tirannia nuova, dotata, per di più, dell'orrida proprietà che hanno le cose tiranniche quando rimettono direttamente alla Natura, e cioè che alla Natura non possiamo ribellarci, come non ci si può ribellare alla morte, o all'essere bassi quando avremmo preferito nascere alti.[...]
[...] "Nelle circostanze attuali non è possibile che un gruppo di uomini, per quanto ben intenzionati, per quanto si sforzino di combattere le finzioni sociali e di lavorare per la libertà, lavorino assieme senza creare fra loro una tirannia nuova, supplementare a quella delle finzioni sociali, senza distruggere nei fatti ciò che si prefiggono in teoria, senza involontariamente ostacolare quel fine che intendono promuovere. E allora che si fa? E' molto semplice....Si lavora tutti allo stesso scopo, ma separati".
dal racconto "Il banchiere anarchico" di Fernando Pessoa
In "Contemporanea" Lisboa, n° I Maggio 1922
"Immagini adesso un gruppo molto più grande e più influente, che si occupi di questioni importanti e prenda decisioni cruciali. Supponga che gli sforzi di questo gruppo siano tesi, com'era per noi, a creare una società libera. E ora mi dica se attraverso questo carico di tirannie incrociate intrevede una qualsiasi società libera o a un'umanità degna del nome..."[...]
[...]Eccoci di fronte a una tirannia nuova, una tirannia che non deriva dalle finzioni sociali. Ma allora da cosa deriva? Dalle qualità naturali? Se è così addio società libera! Se una società dove operano soltanto le qualità naturali - le qualità con cui un uomo nasce, che deve esclusivamente alla Natura e sulle quali non abbiamo alcun potere - se una società in cui operano solo queste qualità si riduce a un mucchio di tirannie, chi alzerà il mignolo per contribuire al suo avvento? Tirannia per tirannia, resti quella che c'è già, cui perlomeno siamo abituati e che perciò fatalmente avvertiamo meno di quanto avvertiremmo una tirannia nuova, dotata, per di più, dell'orrida proprietà che hanno le cose tiranniche quando rimettono direttamente alla Natura, e cioè che alla Natura non possiamo ribellarci, come non ci si può ribellare alla morte, o all'essere bassi quando avremmo preferito nascere alti.[...]
[...] "Nelle circostanze attuali non è possibile che un gruppo di uomini, per quanto ben intenzionati, per quanto si sforzino di combattere le finzioni sociali e di lavorare per la libertà, lavorino assieme senza creare fra loro una tirannia nuova, supplementare a quella delle finzioni sociali, senza distruggere nei fatti ciò che si prefiggono in teoria, senza involontariamente ostacolare quel fine che intendono promuovere. E allora che si fa? E' molto semplice....Si lavora tutti allo stesso scopo, ma separati".
dal racconto "Il banchiere anarchico" di Fernando Pessoa
In "Contemporanea" Lisboa, n° I Maggio 1922
sabato 3 dicembre 2011
Saggio sulla lucidità
Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell'affannato trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l'auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato. Spero di non essere l'ultimo, disse al segretario che lo aspettava qualche passo indietro, al riparo dalle raffiche che, sospinte dal vento, allagavano il pavimento. Manca ancora il suo supplente, ma siamo in orario, tranquillizzò il segretario, Se continua a piovere così sarà una vera impresa se arriveremo tutti, disse il presidente mentre si trasferivano nella sala dove si sarebbe svolta la votazione. Salutò per primi i colleghi di seggio che avrebbero fatto gli scrutatori, poi i rappresentanti di lista e i loro rispettivi supplenti. Usò l'attenzione di adottare per tutti le stesse parole, non lasciando trasparire nel viso né nel tono della voce alcun indizio che consentisse di cogliere le sue personali tendenze politiche e ideologiche. Un presidente, sia pure di una sezione elettorale tanto normale come questa, dovrà regolarsi in tutte le situazioni secondo il più rigoroso senso di indipendenza, o, in altre parole, mantenere le apparenze.
Oltre all'umidità che rendeva più spessa l'atmosfera, già di per sé pesante in quella sala interna, con due sole finestrelle che davano su un cortile buio anche nei giorni di sole, l'inquietudine, per usare il paragone vernacolo, si tagliava con il coltello. Sarebbe stato preferibile rinviare le elezioni, disse il rappresentante del partito di mezzo, p.d.m., è da ieri che sta piovendo senza sosta, ci sono frane e allagamenti dappertutto, l'astensione, stavolta, avrà un'impennata. Il rappresentante del partito di destra, p.d.d., fece un cenno di assenso col capo, ma considerò che il suo contributo alla conversazione doveva assumere la forma di un commento prudente, Ovviamente, non minimizzo questo rischio, penso tuttavia che l'affinato spirito civico dei nostri concittadini, in tante altre occasioni dimostrato, sia creditore di tutta la nostra fiducia, loro sono consapevoli, oh sì, decisamente consapevoli della trascendente importanza di queste elezioni municipali per il futuro della capitale. Detto ciò, l'uno e l'altro, il rappresentante del p.d.m. e il rappresentante del p.d.d., con aria un po' scettica e un po' ironica, si rivolsero al rappresentante del partito di sinistra, p.d.s., curiosi di sapere che specie di opinione sarebbe stato capace di produrre costui. In quel preciso istante, schizzando acqua dappertutto, fece irruzione nella sala il supplente della presidenza e, come c'era da aspettarsi, visto che l'elenco del seggio della sezione veniva così completato, l'accoglienza fu, più che cordiale, calorosa. Non siamo dunque giunti a conoscere il punto di vista del rappresentante del p. d. s., ma, a giudicare da alcuni precedenti noti, c'è da presumere che non avrebbe mancato di esprimersi sulla linea di un chiaro ottimismo storico, con una frase come questa, per esempio, I votanti del mio partito sono persone che non si intimoriscono per così poco, non è gente da restarsene a casa per quattro misere gocce d'acqua che cadono dalle nuvole. Per la verità, non erano quattro misere gocce, erano secchiate, erano brocche, erano nili, iguazús e iangtsés, ma la fede, sia essa per sempre benedetta, oltre a rimuovere le montagne dal cammino di coloro che del suo potere beneficiano, è fin capace di avventurarsi nelle acque più torrenziali e venirne fuori asciutta.
Si costituì dunque il seggio, ciascuno nel posto che gli competeva, il presidente firmò il bando e ordinò al segretario di andare ad affiggerlo, come determina la legge, alla porta dell'edificio, ma questi, dando prova di una sensatezza elementare, fece notare che il foglio di carta non avrebbe resistito sul muro neanche un minuto, in due amen si sarebbe stinto l'inchiostro, al terzo se lo sarebbe portato via il vento. Allora lo metta dentro, dove la pioggia non ci arrivi, su questo particolare la legge è lacunosa,
l'importante è che il bando sia affisso e bene in vista. Domandò ai colleghi se fossero d'accordo, tutti risposero di sì, con la riserva avanzata dal rappresentante del p.d.d. che la decisione fosse registrata agli atti per prevenire eventuali impugnazioni. Quando il segretario tornò dalla sua umida missione, il presidente domandò com'era il tempo e lui, stringendosi nelle spalle, rispose, Tale e quale, alluvionale, Neanche l'ombra. Il presidente si alzò e invitò i membri del seggio e i rappresentanti dei partiti ad accompagnarlo nell'ispezione della cabina di voto, che risultò scevra da elementi che potessero svisare la purezza delle scelte politiche che vi avrebbero avuto luogo durante il giorno. Compiuta la formalità, tornarono ai propri posti per esaminare i registri elettorali, che pure riscontrarono scevri da irregolarità, lacune e sospetti. Era giunto il momento grave in cui il presidente scoperchia ed esibisce l'urna agli elettori perché possano accertarsi che sia vuota, affinché un domani, se necessario, siano validi testimoni che nessuna azione delittuosa vi avesse introdotto, di soppiatto, i voti falsi che avrebbero corrotto la libera e sovrana volontà politica dei cittadini, che ancora una volta non si sarebbe ripetuta in questa occasione quella famosa frode cui si dà il pittoresco nome di broglio che, non dimentichiamolo, tanto si potrà commettere prima come durante o dopo l'atto, secondo l'occasione e l'efficienza dei suoi autori e complici. L'urna era vuota, pura, immacolata, ma nella sala non c'era un solo elettore, uno soltanto per campione, cui poterla esibire. Forse ce n'è qualcuno che vaga smarrito, alle prese con l'acquazzone, sotto le sferzate del vento, stringendosi al cuore il documento che lo accredita come cittadino in diritto di votare, ma, da come stanno le cose nel cielo, ci metterà un bel pezzo ad arrivare fin qua, a meno che alla fine non se ne torni a casa e lasci i destini della città nelle mani di quelli che un'automobile nera viene a lasciare davanti alla porta e davanti alla porta verrà poi a riprendere, compiuto il dovere civico di chi ne occupava il sedile posteriore.
Terminate le operazioni di ispezione dei vari materiali, detta la legge di questo paese che votino immediatamente il presidente, i membri del seggio e i rappresentanti di lista, nonché i rispettivi supplenti, purché, sia chiaro, siano iscritti nella sezione elettorale del cui seggio fanno parte, come in questo caso.
Oltre all'umidità che rendeva più spessa l'atmosfera, già di per sé pesante in quella sala interna, con due sole finestrelle che davano su un cortile buio anche nei giorni di sole, l'inquietudine, per usare il paragone vernacolo, si tagliava con il coltello. Sarebbe stato preferibile rinviare le elezioni, disse il rappresentante del partito di mezzo, p.d.m., è da ieri che sta piovendo senza sosta, ci sono frane e allagamenti dappertutto, l'astensione, stavolta, avrà un'impennata. Il rappresentante del partito di destra, p.d.d., fece un cenno di assenso col capo, ma considerò che il suo contributo alla conversazione doveva assumere la forma di un commento prudente, Ovviamente, non minimizzo questo rischio, penso tuttavia che l'affinato spirito civico dei nostri concittadini, in tante altre occasioni dimostrato, sia creditore di tutta la nostra fiducia, loro sono consapevoli, oh sì, decisamente consapevoli della trascendente importanza di queste elezioni municipali per il futuro della capitale. Detto ciò, l'uno e l'altro, il rappresentante del p.d.m. e il rappresentante del p.d.d., con aria un po' scettica e un po' ironica, si rivolsero al rappresentante del partito di sinistra, p.d.s., curiosi di sapere che specie di opinione sarebbe stato capace di produrre costui. In quel preciso istante, schizzando acqua dappertutto, fece irruzione nella sala il supplente della presidenza e, come c'era da aspettarsi, visto che l'elenco del seggio della sezione veniva così completato, l'accoglienza fu, più che cordiale, calorosa. Non siamo dunque giunti a conoscere il punto di vista del rappresentante del p. d. s., ma, a giudicare da alcuni precedenti noti, c'è da presumere che non avrebbe mancato di esprimersi sulla linea di un chiaro ottimismo storico, con una frase come questa, per esempio, I votanti del mio partito sono persone che non si intimoriscono per così poco, non è gente da restarsene a casa per quattro misere gocce d'acqua che cadono dalle nuvole. Per la verità, non erano quattro misere gocce, erano secchiate, erano brocche, erano nili, iguazús e iangtsés, ma la fede, sia essa per sempre benedetta, oltre a rimuovere le montagne dal cammino di coloro che del suo potere beneficiano, è fin capace di avventurarsi nelle acque più torrenziali e venirne fuori asciutta.
Si costituì dunque il seggio, ciascuno nel posto che gli competeva, il presidente firmò il bando e ordinò al segretario di andare ad affiggerlo, come determina la legge, alla porta dell'edificio, ma questi, dando prova di una sensatezza elementare, fece notare che il foglio di carta non avrebbe resistito sul muro neanche un minuto, in due amen si sarebbe stinto l'inchiostro, al terzo se lo sarebbe portato via il vento. Allora lo metta dentro, dove la pioggia non ci arrivi, su questo particolare la legge è lacunosa,
l'importante è che il bando sia affisso e bene in vista. Domandò ai colleghi se fossero d'accordo, tutti risposero di sì, con la riserva avanzata dal rappresentante del p.d.d. che la decisione fosse registrata agli atti per prevenire eventuali impugnazioni. Quando il segretario tornò dalla sua umida missione, il presidente domandò com'era il tempo e lui, stringendosi nelle spalle, rispose, Tale e quale, alluvionale, Neanche l'ombra. Il presidente si alzò e invitò i membri del seggio e i rappresentanti dei partiti ad accompagnarlo nell'ispezione della cabina di voto, che risultò scevra da elementi che potessero svisare la purezza delle scelte politiche che vi avrebbero avuto luogo durante il giorno. Compiuta la formalità, tornarono ai propri posti per esaminare i registri elettorali, che pure riscontrarono scevri da irregolarità, lacune e sospetti. Era giunto il momento grave in cui il presidente scoperchia ed esibisce l'urna agli elettori perché possano accertarsi che sia vuota, affinché un domani, se necessario, siano validi testimoni che nessuna azione delittuosa vi avesse introdotto, di soppiatto, i voti falsi che avrebbero corrotto la libera e sovrana volontà politica dei cittadini, che ancora una volta non si sarebbe ripetuta in questa occasione quella famosa frode cui si dà il pittoresco nome di broglio che, non dimentichiamolo, tanto si potrà commettere prima come durante o dopo l'atto, secondo l'occasione e l'efficienza dei suoi autori e complici. L'urna era vuota, pura, immacolata, ma nella sala non c'era un solo elettore, uno soltanto per campione, cui poterla esibire. Forse ce n'è qualcuno che vaga smarrito, alle prese con l'acquazzone, sotto le sferzate del vento, stringendosi al cuore il documento che lo accredita come cittadino in diritto di votare, ma, da come stanno le cose nel cielo, ci metterà un bel pezzo ad arrivare fin qua, a meno che alla fine non se ne torni a casa e lasci i destini della città nelle mani di quelli che un'automobile nera viene a lasciare davanti alla porta e davanti alla porta verrà poi a riprendere, compiuto il dovere civico di chi ne occupava il sedile posteriore.
Terminate le operazioni di ispezione dei vari materiali, detta la legge di questo paese che votino immediatamente il presidente, i membri del seggio e i rappresentanti di lista, nonché i rispettivi supplenti, purché, sia chiaro, siano iscritti nella sezione elettorale del cui seggio fanno parte, come in questo caso.
| Titolo originale | Ensaio sobre a Lucidez |
|---|---|
| Autore | José Saramago |
| 1ª ed. originale | 2004 |
| Genere | romanzo |
| Sottogenere | romanzo a sfondo sociale |
| Ambientazione | una città senza nome, capitale di un paese senza nome |
| Protagonisti | il commissario |
| Coprotagonisti | la moglie del medico, il primo ministro, il presidente della repubblica |
| Antagonisti | il ministro dell'interno |
| Altri personaggi | l'ispettore, l'agente di seconda classe, il primo cieco, altri ministri |
sabato 27 agosto 2011
La caverna
"Autoritarie, paralizzanti, circolari, a volte ellittiche, le frasi a effetto, dette anche scherzosamente briciole d'oro, sono una piaga maligna, tra le peggiori che hanno infestato il mondo. Diciamo ai confusi, Conosci te stesso, come se conoscere se stessi non fosse la quinta e più difficile operazione delle aritmetiche umane, diciamo agli abulici, Volere è potere, come se le realtà bestiali del mondo non si divertissero a invertire tutti i giorni la posizione relativa dei verbi, diciamo agli indecisi, Comincia dal principio, come se quel principio fosse il capo sempre visibile di un filo male arrotolato che bastasse tirare e continuare a tirare per giungere all'altro capo, quello della fine, e poi, fra il primo e il secondo, avessimo fra le mani una linea retta e continua dove non c'era stato bisogno di sciogliere nodi nè districare strozzature, cosa impossibile che accada nella vita dei gomitoli e, se ci è consentita un'altra frase a effetto, nei gomitoli della vita."
da La caverna di José Saramago
Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
da La caverna di José Saramago
Titolo originale: A caverna
Anno: 2000
Giulio Einaudi editore s.p.a Torino
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